Pietranera 2014, De Bartoli

Da Pantelleria e da uve Zibibbo ci si aspetta qualcosa di diverso dal passito?
Normalmente no, ma a casa De Bartoli sanno e vogliono stupire, quindi ecco appunto uno Zibibbo 100%, vinificato in secco con uva da vigne ad alberello di oltre sessanta anni di età che insistono su suolo vulcanico. Le rese sono, ovviamente, bassissime.
A seguire, criomacerazione, pressatura soffice e fermentazione in acciaio grazie ai lieviti indigenti; si tratta quindi di un ibrido particolare di antica fattura in vigna e di qualche “malizia” tecnologica in cantina.

Denominazione: Terre Siciliane IGP
Vino: Pietranera
Azienda: Marco De Bartoli
Anno: 2014
Prezzo: 20 euro

Se l’idea affascina, il bicchiere tutto sommato non delude ma neppure entusiasma, presentandosi con un paglierino carico di avvolgente educata aromaticità dove la sensazione morbida di lyci e di salvia è molto presente senza per fortuna sfondare il livello di guardia. A contorno, qualche accenno di macchia mediterranea e persino un ricordo ad un giovane riesling.

L’assaggio veicola l’alcol in maniera quasi impercettibile, e anche l’acidità è decisamente contenuta.
Quando pensi che ok, è un “vinino che non c’è la fa” e pazienza, arriva una buona botta salina che rimette in piedi il tutto; si chiude con un richiamo amarognolo che dona spessore e personalità e con una inaspettata lunghezza.

Vino particolarissimo, solo in parte mediterraneo visto che per certi versi inganna con sensazioni nordiche, comunque personale ma di abbinamento non facile: forse crostacei o magari il salmastro delle ostriche da contrastare con la morbidezza.

Il bello:  Inconsueto e leggero, facile da bere

Il meno bello: Mancano un po’ di acidità e di grinta

Articoli correlati:

Chablis premier cru Côte de Léchet 2012, La Chablisienne

Ancora Chardonnay.
Dopo gli ultimi due post dedicati ad interpretazioni di questo stesso vitigno, ma è un caso: questa righe sono relative ad una bottiglia che avevo assaggiato diversi mesi fa e che per qualche motivo era rimasta in anticamera di pubblicazione.

Dopo l’intermezzo italiano torno a stappare una bottiglia francese, nuovamente Borgogna, ma da una sottozona particolarmente distinta: precisamente Chablis, la parte più settentrionale di questo territorio, dove le caratteristiche di clima, territorio e metodologia di produzione sono completamente differenti.
L’unico elemento comune è appunto il “cépage”, lo chardonnay.

La Chablisienne è uno dei pochi produttori di Chablis facilmente reperibili in Italia, immagino a causa del fatto che si tratta di una cooperativa con volumi considerevoli  e con conseguente ampia gamma di categoria e prezzo.

Denominazione: Chablis 1er cru AOC
Vino: Côte de Léchet
Azienda: La Chablisienne
Anno: 2012
Prezzo: 23 euro

In questo caso parliamo di un Premier Cru con qualche anno alle spalle, che  però si mostra di colore paglierino luminoso, giovane e fresco.

Le sensazioni olfattive ci permettono di sfoderare il famigerato minerale, che si sviluppa in accompagnamento ad un tocco vegetale (foglia di limone) e a ricordi di fiori bianchi. Tutto piuttosto intenso, ma non troppo espressivo.

L’assaggio denota immediatamente una acidità estremamente elevata, altro tassello nella trama giovanile del vino, che garantisce buone possibilità di invecchiamento.
Peccato però che in aggiunta allo sviluppo verticale (notevole, peraltro) non ci sia molto altro: il centro del sorso riporta in primo piano le sensazioni erbacee e il corpo è piuttosto esile, con un finale non memorabile.

Vino senza difetti ma che non regala particolari emozioni: può funzionare discretamente in accordo a crostacei e crudi di pesce.

Il bello: freschezza, gioventù

Il meno bello: monotono, manca il guizzo

Articoli correlati:

Giarone 2011, Poderi Bertelli

Quando tra appassionati terminali si discetta di un vitigno assai démodé sbuca subito fuori lo Chardonnay: lo “chardo” è grasso, rotondo e glicerico, e oggi il trend è tutto per i vini verticali, acidissimi e spigolosamente rustici.
In aggiunta, tanto quanto si sorvolano con una frettolosa alzata di spalle gli chardonnay nostrani, al contrario si mitizzano quelli dei cugini d’oltralpe; certo ci sono spesso validi motivi, ma sfido a negare che non si sia esagerato con la ricerca spasmodica del vitigno autoctono sfigato e con le vinificazioni iper rustiche ed ancestrali.

Così, proprio come accade con gli eterni ricorsi fashion di pantaloni che da stretti stretti in pochi anni si tramutano in larghi larghi, mi aspetto che prima o poi gli enomaniaci riprendano a bere (e a parlare) di vini se non, orrore, barricati, perlomeno più convenzionalmente definibili puliti, ben fatti, godibili.

In questa categoria dei vini non dico dimenticati, semmai “sorvolati”, mi pare sia stato ficcato il Giarone, un classicone accantonato in questi tempi di acidità violente e di anatema verso le botti piccole, anche perché la località di produzione (Costigliole d’Asti, tra Langhe e Monferrato) è terra di grande tradizione vitivinivola autoctona, e invece l’eretico produttore Bertelli su queste zolle si muove con in testa i modelli di riferimento francesi: marsanne, roussanne, chardonnay, syrah eccetera.
Insomma, una roba così old school che oggi sembra quasi futurista!

Denominazione: Piemonte Chardonnay DOC
Vino: Giarone
Azienda: Poderi Bertelli
Anno: 2011
Prezzo: 38 euro

Dorato pieno, decisamente materico già alla vista, tanto che quando quando il bicchiere arriva al naso non fa che confermare quel che ti aspetti: un bel concentrato di frutta tropicale (ananas condito con il rum), un accento di speziatura alla vaniglia in sottofondo e qualche fiore. Detta così è da anticristo degli enostrippati moderni e invece, pur nella sua esuberanza, mantiene un certo contegno elegante.

In bocca è decisamente pieno e caldo, morbido, forse anche per un leggero  e ruffiano residuo zuccherino, e dunque emergono i suoi limiti: l’alcol viene fuori in maniera un po’ eccessiva e la freschezza pur presente non riesce a tenere a bada il sorso che risulta troppo monolitico
L’idea è persino quella di una vendemmia surmatura ma chissà…
Curiosamente, con tutta questa polpa, a centro sorso manca un po’ di allungo, mentre il riscatto lo propongono una lunghezza non indifferente e tutto sommato una bella versatilità a tavola: grazie a struttura e intensità riesce ad essere un buon compagno di primi e secondi e anche di qualche fine pasto fatto di formaggi.

Il bello: pulito, ricco, potente

Il meno bello: un po’ monocrode

Articoli correlati:

Montagny 1er cru 2013, Olivier Leflaive

Le Chardonnay di Borgogna che non ti aspetteresti mai, a questo prezzo.
Prodotto da vigneti di circa 25 anni di età ad oltre 250 metri di quota in posizione defilata rispetto ai comuni mitici di questa regione (siamo infatti nella parte meridionale della Côte Chalonnaise), subisce maturazione in acciaio (30%) e in legno, di cui solo una piccola parte è di primo passaggio.

Il produttore non è il classico piccolo sconosciuto, ma una robusta maison fondata nel 1984, con interessi sia in Borgogna che in Champagne: Olivier Leflaive, e con vini che spaziano in varie denominazioni e, soprattutto, in un ampio range di costo al consumatore.

Denominazione: Montagny 1er cru AOC
Vino: Montagny 1er cru
Azienda: Olivier Leflaive
Anno: 2013
Prezzo: 25 euro

Questo premier cru si distingue per il prezzo educatissimo rispetto agli standard borgognoni e per la estrema godibilità già in relativa gioventù: insomma un prodotto a metà strada tra un entry level ben fatto e qualcosa di più impegnativo.

Il colore è paglierino scarico e il naso naso racconta di un legno leggero che non marca affatto pesantemente, semmai si limita a sottolineare gli aromi di agrume e fiore bianco con una leggera nocciola tostata.
Comunque profumi sottili, scattanti e coerenti con l’assaggio, dove si percepisce la grassezza tipica del vitigno, per fortuna senza eccessi di burrosità.
Il sorso ne risulta bello fresco e teso, con alcol ben poco in evidenza e una lunghezza non monumentale ma mica da poco per una bottiglia di questa cifra.

Consigliatissimo come Borgogna bianco serio, di ottimo livello e per tutte le tasche, in abbinamento canonico: formaggi freschi o di media stagionatura, piatti di pesce un po’ elaborati o carni bianche.

Il bello: ricco, importante, senza accenni di pesantezza. Buon prezzo

Il meno bello: nulla da segnalare

Articoli correlati:

Germany reduced: la classificazione tedesca per tutti (reprised)

Colgo l’occasione dell’ultimo post dedicato ad un riesling della Mosella per una piccola aggiunta alla classificazione ai vini tedeschi che avevo redatto a suo tempo.
Oltre alle classiche definizioni Spatlese, Auslese ecc. (classificazione creata nel 1971 e basata sul grado di maturazione dell’uva al momento della vendemmia), nel 2012 è stata introdotta la classificazione VDP (Verband Deutscher Prädikatsweingüter), che distingue i vini in un sistema matriciale.
La VDP è una associazione privata cui fanno capo circa 200 coltivatori (quindi non comporta obblighi legislativi) e il suo simbolo, stampato sulla capsula delle bottiglie, è l’aquila che porta un grappolo d’uva.

Su di un asse della matrice si trovano quattro livelli di qualità del vino (Gutswein, Ortswein, Erste Lage, Grosse Lage) organizzati in stile Borgognone, quindi sulla base di criteri territoriali-qualitativi, che specificano territorio, vitigno, resa massima, procedura di vendemmia e produzione.

Alla base della piramide VDP ci sono i Gutswein: vini provenienti da vigneti di proprietà e conformi ai requisiti VDP (simili ai Bourgogne Regional).

Poi gli Ortswein: vini che provengono dai migliori vigneti di una specifica zona vinicola (comune), con basse rese, al massimo 75 hl per ettaro (simili ai Bourgogne Village).

A salire gli Erste Lage: vini da vigneti storicamente eccezionali, rese molto limitate (max 60 hl per ettaro), e vitigni ammessi in base alle tradizioni locali (simili ai Bourgogne Premier Cru).

Il vertice è dei Grosse Lage: vini da specifiche parcelle eccezionali, con resa massima di 50 hl per ettaro e restrizioni sui vitigni (simili ai Bourgogne Grand Cru).
Nel caso dei Grosse Lage (e solo in questo caso, mai per i Gutswein, gli Ortswein e gli Erste Lage), in etichetta si usa solo il nome del vigneto e non quello del comune.
I vini secchi di categoria Erste Lage sono denominati Grosse Gewachs (GG) e sono etichettati come Trocken GG.

Sull’altro asse della matrice si trova il livello di dolcezza del vino (Trocken, Kabinett, Spaetlese, Auslese, Beerenauslese, Trockenbeerenauslese, Eiswein).
Ma attenzione: con la classificazione VDP, le diciture Kabinett, Spaetlese e Auslese non sono più relative al grado zuccherino al momento della vendemmia ma all’atto del vino fatto e finito e l’uso dei Pradikats Kabinett, Spaetlese e Auslese è riservato ai soli vini dolci, mentre tutti i vini secchi sono identificati dalla dicitura Trocken.
In questo modo non è più possibile, come con la classificazione tradizionale, trovarsi di fronte ad esempio a due bottiglie di Spaetlese, uno dolce e ad uno secco.

Articoli correlati:

Marienburg 2007, Clemens Busch

E’ nuovamente tempo di scrivere di Riesling, e come spesso accade la regione è la Mosella, dove la famiglia Busch coltiva da generazioni  questa tipologia sulla collina Marienburg.
I Bush si sono convertiti ormai da oltre 20 anni al biologico e recentemente al biodinamico, e in cantina utilizzano fermentazioni spontanee.

Denominazione: Mosel Riesling VDP
Vino: Marienburg
Azienda: Clemens Busch
Anno: 2007
Prezzo: 30 euro

La bottiglia ha qualche anno, ma si sa che con i Riesling questo spesso è un punto di forza. L’età si nota subito già durante la mescita: il colore è oro antico, quasi ambra, denso.
Il naso è ricco: arriva un filo del famigerato idrocarburo ma a prevalere sono la resina e la frutta disidratata.

L’assaggio è molto intenso, materico, secco ma morbido per la grande carica glicerica, e l’alcol che resta in evidenza seguito da sentori di cera d’api, frutta surmatura e cenni di ossidazione nobile.
Alla cieca mai direi Mosella, semmai Alsazia.
C’è freschezza, ma non l’acidità tagliente di tanti Riesling, e la chiusura è lunghissima ma il finale purtroppo è lievemente amarognolo.

L’impressione è quella di un “vinone” muscolare, persino barocco, con i pregi e le difficoltà del caso: potente, robusto, importante ma carente della leggiadria dei grandi tedeschi.
Di certo fa gran figura al primo assaggio in degustazione, ma temo non sia facile da finire a tavola: ha struttura e corpo del vino dolce pur essendo sostanzialmente secco e anche per questo lo si trova in difficoltà nell’abbinamento, a parte con i classici e scontati formaggi.

E’ facile immaginare che la bottiglia sia al vertice della sua parabola qualitativa, anzi forse lo abbia già oltrepassato.

Il bello: spettro olfattivo molto ricco

Il meno bello: bevuta pesante

Articoli correlati:

Cuvée Oenophile 2008 Premier Cru, Pierre Gimonnet

La famiglia Gimonnet è uno dei vigneron storici della Champagne, potendo vantare ben 28 ettari in Cote de Blancs, suddivisi in vigneti Premier e Grand Cru che raggiungono anche i 75 anni di età.

Denominazione: Champagne
Vino: Cuvée Oenophile
Azienda: Pierre Gimonnet
Anno: 2008
Prezzo: 35 euro

Una delle etichette più interessanti della maison è questo non dosato datato 2008, Chardonnay al 100%, Classificato Premier Cru anche se la maggioranza delle uve viene da vigneti in zona Grand Cru.
Trattandosi di millesimato viene ovviamente prodotto solo in annate particolarmente favorevoli.
La metodologia di produzione vuole la vendemmia manuale, l’uso di temperatura controllata, lo svolgimento della malolattica e una lievissima filtrazione prima dell’imbottigliamento.

Parlando di un metodo classico che è maturato sui lieviti per anni, ci si aspettano tostature, accenni di frutta secca, magari un filo di ossidazione. Tutto sbagliato, e si capisce già dal colore paglierino tenue, vivacissimo.

All’olfazione difatti arrivano praticamente solo gesso e limone, ciò nonostante la complessità e notevole, giacché questi due elementi si articolano in mille declinazioni, sempre in maniera sottile, aggraziata e ficcante; se esiste il famigerato minerale qui è il caso di spenderlo.
Col passare dei minuti si aggiunge al bouquet anche il fiore bianco, ma sostanzialmente si resta sempre nella traccia di un vino fresco e teso.

L’assaggio è coerente: la bolla è sottile e fitta, realmente cremosa, così come l’acidità è potente ma fortunatamente non strappagengive.
Inequivocabilmente champagne e senza dubbio Chardonnay, inconfondibile con altri metodo classico talmente è netta la fresca impronta di gesso, che neppure per un istante accenna al finale amaro.
Bella lunghezza, non manca neppure di struttura ed eccelle in energia e verticalità.
E’ banale predirgli una vita ancora lunga e consigliarlo con crudi di pesce o per aperitivi.

Uno champagne dal sorso senza compromessi, non c’è cenno di terziarizzazioni, nessun ingentilimento o ruffianeria da legno o da dosaggio importante, nessun rimando al cognac, al tartufo o ad altre evoluzioni che spesso caratterizzano alcuni champagne maison (che peraltro tanto ci piacciono: si tratta di interpretazioni diverse della denominazione, entrambe con pari dignità): qui si gioca  un campionato diverso, quello nel quale un vino del 2008 è tesissimo e sembra prodotto ieri e punta al massimo della purezza possibile per la denominazione.

Il bello: La tensione, la purezza e la verticalità

Il meno bello: nulla da segnalare

Articoli correlati:

Antica Osteria Magenes, Barate di Gaggiano

Come si individua il limite tra sperimentazione sterile, un po’ fine a se stessa o (peggio) messa in campo per stupire con effetti speciali, e la sana volontà di rompere gli schemi per cercare di stimolare e proporre nuove esperienze?
Naturalmente stiamo parlando di ristorazione, e il dubbio è sorto dopo un passaggio alla Antica Osteria Magenes, alle porte di Milano.

Già in partenza il ristorante si pone in maniera ambivalente, con una proposta che oscilla tra tradizione e sperimentazione: la carta presenta alcuni piatti classici (ad esempio cotoletta e risotto giallo) accanto a suggestioni più esotiche (penso alla Spirale di foie gras, uva fragola, robiola di capra, fave di cacao, o ai Ravioli di mortadella, ostriche, nocciole e shiso), e soprattutto una serie di menu (quattro) tematici ma a sorpresaa tema, che lasciano mano libera allo chef.
Il motivo di questa apparente schizofrenia è la storia del locale, che nasce appunto come osteria e poi evolve dopo l’ingresso in cucina e in sala dei figli dei proprietari storici.

In una situazione del genere la cosa migliore è affidarsi ad uno dei percorsi di degustazione, in modo da ricavare una panoramica più ampia possibile sulle idee di cucina dello chef. Nello specifico ho deciso per il menu “A-mare”.
Le portate sono state molte e varie, e non ha molto senso farne l’elenco, visto che mi pare di capire che la proposta sia piuttosto variabile: in alcuni casi i sapori sono piacevolmente decisi (ricordo in particolare una sorta di fagotto di pasta scotta (volutamente) ripiena di vongola, la arachide soffiata con wasabi), mentre con altri si resta tutto sommato indifferenti (il finto pomodoro ripieno vegetale), ma questo è normale all’interno di un percorso piuttosto lungo (anche troppo, circa tre ore) e variegato.

Lascia semmai più perplessi una certa tendenza alla spettacolarizzazione poco votata al risultato finale (due per tutti: il frattale di anice camomilla, miele e lamponi, che pure è molto buono ma che per poter creare il suo effetto ottico è arduo da raccogliere dalla scodella, e il cioccolato bianco, frutta e bottarga, nel quale per dare un tocco di giusta sapidità al dolce si è optato per il “famolo strano” del pesce, a mio modestissimo modo di vedere piuttosto fuori luogo) e l’incongruenza sulla dimensione delle portate, alcune così lillipuziane da renderne difficile la decrittazione gustativa, per poi presentare quasi in chiusura di cena, quando si è inevitabilmente quasi sazi, due piatti dalle porzioni molto più generose del necessario (un risotto e un polpo).
Sia chiaro che non parliamo della classica lamentela del recensore di TripAdvisor che lamenta di dover far seguire un successivo passaggio in pizzeria per calmare l’appetito, al contrario da Magenes si esce ovviamente più che sfamati, semmai non sarebbe male rimuovere un paio di passaggi in modo da rimpolpare leggermente i rimanenti e compattare anche i tempi di servizio.

Note a contorno della cena: la bella sala elegante, senza sfarzi pacchiani ed illuminata in maniera estremamente intelligente, risulta un po’ troppo rumorosa, il servizio è professionale e non ingessato, il pane è di buon livello ma non eccessivo come varietà.
Bella la carta dei vini, con incursioni di interessante personalità anche in Francia e dai ricarichi corretti.
Conto finale non banale ma tutto sommato adeguato.
Buona esperienza, che potrebbe essere migliorata decidendo di arginare spettacolo e di tecnica in favore di un superiore saldo di concretezza.

Articoli correlati:

Rivella, Langa d’antan

Come fai a non innamorarti dei vini di Teobaldo Rivella?
Sarà per quel nome di battesimo d’antan (che fa pari con quello impresso nella ragione sociale: “Serafino”), oppure per la calda e semplice accoglienza che ti riserva con la sorridente moglie Maria? O magari per il discorrere gentile ma schietto, lontano dal consueto birignao stipato di parole d’ordine di moda nell’eno-mondo?
Forse per tutti questi motivi e di sicuro per molti altri ancora, ma ridurre il gradimento ad una generica empatia per il produttore sarebbe ingiusto nei confronti dei prodotti della manualità e dell’ingegno di questo vignaiolo: i suoi Barbaresco Montestefano e Dolcetto.

Per ordine: dopo aver bevuto uno strepitoso Montestefano 2004 è arrivato il momento di far visita al signor Rivella: quale migliore occasione di andar per Langa di un torrido weekend di fine luglio, quando la mancanza di precipitazioni e le temperature africane stanno lasciando a secco mezza Italia e gli spostamenti automobilistici si trasformano in perenne ingorgo a passo d’uomo?

Tutto passa quando sali sulla collina che porta al Montestefano, una conca ripida, stipata di filari, su cui argine sorge la villetta dei Rivella, annunciato da una sobria targa di riconoscimento; neppure il tempo di trovare il campanello che il signor Teobaldo esce di casa e viene a salutare.

Ho già espresso i miei sentimenti sulle visite in cantina, spesso di una noia imbarazzante: del resto chi può sinceramente appassionarsi alla vista di una linea di imbottigliamento o ad una catasta di cartoni da sei bottiglie?
E del resto non sono tipo da illuminazioni mistiche al cospetto del produttore del vino del cuore: non amo i miti e considero le persone come tali, lavoratori che svolgono più o meno bene una professione e non guru cui abbeverarmi di saggezza. Se a questo si aggiunge che mi ammorbano mortalmente le discussioni su lieviti selezionati, dimensione delle botti e terroirismi vari, si capisce come forse farei meglio a starmene a casa invece di macinar chilometri per incontrare un vignaiolo.

Ci sono però dei casi in cui la visita si rivela piacevole e contribuisce al gradimento e all’approfondimento di un prodotto, ed è facile intuire che questo è stato uno di quelli.
Non serve mica niente di speciale, solo un uomo che ha voglia di sedersi a tavola con te e parlare e sorridere mentre si bevono assieme due bicchieri di vino, che sarebbe poi il motivo per qui questo liquido lo abbiamo inventato.
Certo, è utile se la persona in questione ha qualcosa da raccontare, oltre che le sterili questioni tecniche sulla annata siccitosa, i circa trenta giorni di macerazione sulle bucce del prodotto di punta, le vigne di cinquanta anni o (finalmente qualcuno che lo dice) l’importanza del fattore umano, dicesi “manico”, nell’equazione del terroir.

Quel qualcosa da raccontare, nel mio caso, è stato l’aggancio ideale con un altro di questi vignaioli a misura di visitatore, quel Flavio Roddolo di cui ho già avuto modo di raccontare. L’elemento che mi ha portato ad accostare due personaggi a prima vista diversi (uno nella zona del Barolo, barbuto e un po’ trasandato, solitario e a prima vista burbero, l’altro a Barbaresco, abbronzato e in forma, sposato e affabile) è il rapporto con il mondo esterno.
Entrambi non hanno un sito e neppure una mail, Teobaldo addirittura mi conferma che alcuni distributori stranieri tengono un fax solo per lui; per tutti e due si capisce che fare il contadino e seguire certi ritmi più che un lavoro è una esigenza di vita: quando chiedo a Rivella se negli anni ha auto la possibilità di espandersi oltre a suoi due ettari, mi risponde che occasioni ne ha avute eccome, ma che a lui piace curare tutto in prima persona e avere i sui tempi piuttosto che arricchirsi. Non manca una frecciata ad colleghi della zona che hanno fatto altre scelte, definite legittime, ma che che non possono più dirsi “artigiani”.

Proseguiamo scambiando qualche opinione sui ristoranti della zona (per la cronaca, mi raccomanda La Coccinella, Battaglino e L’antica Torre), sui vini francesi (ottimi ma cari, e i vini di Langa sono destinati a seguire lo stesso percorso) mentre finiamo i bicchieri.
Il Dolcetto (tipologia che frequento poco) mi sembra uno dei migliori mai bevuti: leggermente speziato, non aggressivo tannicamente e con un finale che nel giro di un paio di anni, quando raggiunge il suo apice gustativo, sfodera un finale gradevolmente mandorlato.
Il Barbaresco ha semplicemente un rapporto qualità-prezzo favoloso, ma è un ottimo vino tout-court, anche lasciando da parte la questione economica: nonostante la riottosità e l’irruenza del nebbiolo, già all’uscita sul mercato è gradevole perché amalgamato e non scomposto, se poi si ha la pazienza di attenderlo una decina di anni come ad esempio il 2004 di cui si diceva in apertura, si beve una bottiglia di vigore ma setosa, con tutte le sfaccettature del caso, dalla violetta al sottobosco.

Articoli correlati:

Chateauneuf du Pape 2013 – Chateau Maucoil

A Châteauneuf-du-Pape mi sono fermato solo alcune ore, due anni fa.
E’ una bella cittadina ricca di storia e atmosfera, e soprattutto sembra ancora viva, abitata da persone che lavorano sul posto, contrariamente a quel che accade a troppi borghi antichi somiglianti ormai ad un ibrido tra un museo, Eurodisney e un bazar di cianfrusaglie per turisti.
Ricordo di essere capitato nel paese una domenica mattina; appena sceso dall’auto mi sono imbattuto in un negozietto di vini e alimentari, titolare una vecchietta che stava in piedi a malapena ma che stappava bottiglie con vigoria, gestendo con una certa amabile rudezza una degustazione improvvisata con una decina di presenti. Per buon peso, accanto ai vini, un cestino di formaggi e salumi strepitosi.

Detto questo, della denominazione conosco troppo poco per fingermi esperto, anche perché ne vengo da anni di (stupida) fissazione sul monovitigno, e ovviamente la AOC in questione è una delle più incasinate per quel che riguarda l’assemblaggio: tradizionalmente erano ammessi tredici varietali, dal 2009 si è arrivati a ben diciotto.
Se a questo si aggiunge che la zona è altamente produttiva, che quando parliamo del CdP vinificato in rosso stiamo trattando di un vino che richiede lunghi se non lunghissimi invecchiamenti per esprimersi al meglio, e che i prezzi medi non sono propriamente abbordabili, si capisce come sia difficile per i non esperti come me farsi una idea significativa della Appellation.

Ad ogni modo, a volte è bello anche fare qualche tentativo non dico casuale, ma governato dall’istinto: è su queste basi che ho comperato dal solito Vinatis questa bottiglia del produttore Chateau Maucoil e la ho bevuta in fretta, senza dar retta alla ragione, che richiedeva di dimenticarla in cantina per un paio di lustri.
Si tratta del prodotto di base, vinificato con uve da vigne giovani e da terrendi differenti; l’assemblaggio vede la prevalenza di Grenache e poi Syrah, Mourvèdre e Cinsault.

Denominazione: AOC Chateneuf du Pape
Vino: Chateauneuf du Pape
Azienda: Chateau Maucoil
Anno: 2013
Prezzo: 27 euro

Bello alla vista: di un rubino non troppo denso, molto luminoso e ovviamente molto giovane; il mio occhio inesperto avrebbe giurato su una percentuale importante di syrah.
L’olfattivo è già adesso di gran complessità: lo spettro si estende dal vinoso del vino giovane, al rosmarino, alle spezie, fino all’ematico.

Lo ribadisco: di fatto è un vino ancora giovane, lo dimostra l’ingresso in bocca di grande freschezza, ma è anche vero che il sorso regala con intensità netti sentori di frutta rossa matura e un tannino delicatissimo.
Il corpo è medio e la lunghezza è di livello; l’alto grado alcolico (14,5) è ben poco avvertibile.

Bel vino, molto bevibile nonostante la potenza e, ovviamente, dotato di notevole potenziale di invecchiamento

Il bello: Godibilissimo già da subito, grandi possibilità di evoluzione

Il meno bello: nulla da segnalare

Articoli correlati: