Pouilly Fume 2015, Guy Saget

Gli eno-appassionati lo sanno, con il sauvignon il “dibbattito” è garantito: Sancerre o Pouilly Fumè? Comunque solo in Francia, e in Italia al massimo in Alto Adige o Friuli, non parliamo poi di Australia o Nuova Zelanda…
Al netto del fatto che qualche mese fa ho partecipato ad un bel seminario AIS proprio sui vini di questa tipologia provenienti dalla terra dei Kiwi e non è stato proprio possibile uscirne mantenendo la classica convinzione che da quelle parti escano solo bombe di frutta, una volta assaggiati alcuni dei campioncini di finezza proposti.

Detto questo, c’è poco da fare: con gran parte dei Sauvignon non riesco ad entrare in intima confidenza, e questa bottiglia è una di quelle per le quali resto perplesso, eppure si tratti di una interpretazione tutt’altro che disprezzabile.

Parlo del Pouilly della azienda Guy Saget, che vinifica un po’ tutte le tipologie presenti nella valle della Loira (dal Muscadet al Vouvray, passando per Cremant, Mentou, Chinon eccetera).
Ovviamente Sauvignon al 100%, con una vinificazione molto standardizzata: acciaio, temperatura controllata e lieviti selezionati, immagino a tutela della aromaticità e freschezza intrinseche del vitigno.

Pur nella piacevolezza innegabile, l’intensità aromatica troppo spesso pare sovrasti le altre qualità del vino, paradossalmente rendendolo monocorde nonostante il caleidoscopio degli aromi.
Curiosamente, lo stesso mi accade molto più raramente con il riesling, chissà perché.

Ciò detto, occorre ammettere che questa bottiglia ha molte frecce al suo arco; anzitutto la fastidiosa nota di vegetale verde che spesso infesta il souvignon è tutto sommato contenuta, e non perviene il sinistro descrittore “pipì di gatto.

Denominazione: Pouilly Fumè
Vino: Pouilly Fumè
Azienda: Guy Saget
Anno: 2015
Prezzo: 18 euro

La colorazione, come scontato, vira su toni paglierino-verdolino, mentre gli aromi si esprimono piuttosto intensi nello spettro erbaceo-floreale, ma tutto sommato sono garbati; l’ingresso in bocca viaggia su ottima acidità, e associa al floreale qualche scampolo di frutto della passione.
Corpo mica tanto esile e alcol abbastanza ben mascherato (ma avvertibile appena la temperatura sale), lunghezza nella media.
Difficile dire se abbia qualche prospettiva di evoluzione: temo che al calare della freschezza possa crollare l’intera impalcatura..

Non un campione di complessità e di finezza, ma di sicuro gradevole per un aperitivo diverso o in accompagnamento a crostacei o a cibi leggermente speziati.

Il bello: gradevolezza anche per i “non esperti”

Il meno bello: manca complessità

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Millesime 2006, Laherte

Su questo vino ci sono voluto tornare sopra dopo averne bevuto una bottiglia entusiasmante durante una cena al Caffè La Crepa; al secondo passaggio (stavolta domestico) il vino si conferma ottimo, magari un filo meno strepitoso: sarà o bottiglia, il venir meno dell’effetto sorpresa o magari l’ambientazione diversa?

Non mi dilungo su Laherte: vigneron della Cote des Blancs tra i più affidabili, con bottiglie mai banali e in particolare con un ottimo rapporto qualità-prezzo

Denominazione: Champagne
Vino: Millesime 2006
Azienda: Laherte Freres
Anno: 2006
Prezzo: 45 euro

Ad ogni modo, i fatti; dorato, con apertura paradigmatica per uno champagne millesimato con vari anni sul groppone: lo stappo è uno sbuffo sottovoce, e la bolla è altrettanto lieve, addomesticata, finissima e fittissima che più delicata non si potrebbe.
E il naso! Che spettacolo di evoluzione: una leggera ossidazione con ricordi di cognac accompagnano lo iodato alla mandorla tostata e alla crema.

Prima dell’assaggio, un po’ di timore che l’affinamento possa essere stato eccessivo ma non è il caso: l’acidità non solo c’è, ma è anche potente e gestisce alla grande un intenso sapore di frutta secca frammisto al classico agrume.

Per me una gran bottiglia, certo, occorre mettersi d’accordo, devono piacere le bolle datate, con tutte le loro caratteristiche.
L’unico limite? manca un po’ di persistenza, ma a queste cifre sarebbe troppa grazia.

Il bello: Gran vino gastronomico, indicatissimo per coquillage in particolare

Il meno bello: Manca un pochino di persistenza

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Tavel 2015, Chateau de Segries

Avanti con le bottiglie dell’ordine “francese“: siamo ancora nella zona del Rodano, dalle parti di Avignone, e la denominazione è quella del rosato per eccellenza, Tavel.
Il produttore, Chateau de Segries è una conduzione familiare da quasi cento anni di circa 58 ettari, tutti nella regione.

Denominazione: AOC Tavel
Vino: Tavel
Azienda: Chateau de Segries
Anno: 2015
Prezzo: 17 euro

Qualche dato sul vino: si tratta di un uvaggio di grenache (50%), cinsault (30%), syrah (10%) e clarette (10%) che prende il colore grazie alla permanenza sulle bucce per una notte. La fermentazione avviene poi a temperatura controllata.

Alla vista è di un bel color rosa acceso, luminoso, lampone, e difatti i frutti di bosco coerentemente tornano alla mente subito alla prima olfazione, in particolare la fragolina, accompagnata da un lieve accenno di caramella charms.
L’assaggio è invece più robusto,  una volta saputo che il vitigno principe è la grenache non si stenta a crederlo: non è il tipico rosato anemico e anonimo, e pur non riscontrando pesantezza qui ci sono calore e corpo, bene accompagnati da una freschezza importante che agevola il sorso.

Vino piuttosto semplice ma godibilissimo, il piccolo e curioso paradosso di una bottiglia robusta (per un rosato) e assieme gradevolmente ruffiana.
Sicuramente da accompagnamento da cibo, più che per aperitivo: direi carni bianche e salumi, ma anche qualche cibo etnico, con speziature decise.

Il bello: fresco, bevibile nonostante il corpo

Il meno bello: nulla da segnalare

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Cotes du Rhone Rouge 2012, Guigal

Lo scorso anno ho fatto una veloce puntata nella zona del Rodano, Sud e Nord: prima o poi ne parlerò qui sul sito, per ora basti dire che non ho grandi scoperte da rivelare: certo conoscevo “la teoria” (uve, AOC ecc.), ma sono andato quasi totalmente digiuno dal punto di vista della conoscenza dei produttori e delle degustazioni.

La conclusione (banale, lo riconosco) è che la zona è immensa, con un numero di produttori e di stili infinito e che in particolare dalla zona meridionale a quella settentrionale passa un continente di differenze.
Fatto sta che è facile passare da vini di grande qualità (e prezzo altrettanto importante) ad altri piuttosto standardizzati.

A parte quanto sopra, devo dire che il Syrah e il Viogner (vitigni di riferimento al Nord) possono essere uve estremamente ruffiane, capaci di dare vita a bottiglie interessanti anche a prezzi civili.
In questo contesto sguazza un grande produttore (e negociant) come Guigal, che offre una gamma importante di vini a coprire un gran numero di denominazioni dal Nord a Sud lungo il grande fiume, dai prestigiosi Cote Rotie ed Hermitage ai più modesti Cotes du Rhone.

Visto che comunque il marchio è di quelli riconosciuti come “sicuri”, perché non provare un prodotto dal prezzo adatto a tutte le tasche, un Cotes du Rhone appunto?
Detto fatto, nell’ordine a Vinatis ho incluso questa bottiglia: un blend classico di 50 % Syrah, 45 % Grenache e 5% Mourvèdre.
Il vino fermenta a temperatura controllata, una parte affinata in legno.

Denominazione: AOC Cotes du Rhone
Vino: Cotes du Rhone Rouge
Azienda: Guigal
Anno: 2012
Prezzo: 10 euro

Il colore è profondo, spesso, materico, impenetrabile con unghia di rubino brillante, mentre all’olfatto arriva lafrutta rossa, scura e matura accompagnata ad una lieve speziatura.
In bocca è caldo, ampio, di corpo, con una giusta freschezza e un tannino dolce appena accennato.

In sostanza, la bottiglia si rivela per quel che pensavo: una interessante introduzione al Rodano ad un prezzo corretto, non un campione di finezza o una eccellenza, ma un buon vino di media robustezza, gastronomico, che si beve bene con le carni e che comunque chiede di essere consumato pasteggiando

Il bello: ottimo prezzo, buon vino gastronomico

Il meno bello: nulla da segnalare

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Vouvray sec 2012, Domaine de Vaugondy

Altra degustazione di un vino del lotto reperito presso Vinatis.

Il Domaine de Vaugondy dispone di otto ettari nella zona di Vouvray, quindi Francia, Valle della Loira, a grandi linee dalle parti di Tours.
Il vitigno di riferimento della zona è lo Chenin Blanc, uva a bacca bianca di grande acidità e di conseguente grande potenziale di invecchiamento, impiegata per una vasta gamma di produzioni, dai vini secchi a quelli semi-secchi, dolci, passiti e agli spumanti.

Proprio in ragione del tipo di vitigno ho comperato senza grandi timori un vino bianco del 2012, sperando anzi che, come accade per molti riesling, l’invecchiamento potesse aggiungere complessità alla bottiglia.
Non ho grandi informazioni sulla metodologia di produzione: il sito parla solo di vinificazione in acciaio a temperatura controllata.

Denominazione: AOC Vouvray
Vino: Vouvray sec
Azienda: Domaine de Vaugondy
Anno: 2012
Prezzo: 12 euro

Il liquido è paglierino con netti riflessi verdolini, alla vista ben più giovane della sua età; gli otto gradi di temperatura di servizio consigliati sono decisamente troppo pochi: il vino resta muto, un liquido alcolico senza espressione.
Scaldandolo leggermente esce finalmente la personalità: un naso nettamente erbaceo (troppo, per i miei gusti), con un accenno di eucalipto. Di certo non è ampio, e quel vegetale è un po’ troppo invadente per definirlo elegante.

L’assaggio porta una bella acidità, richiami di frutta fresca: gli agrumi, la mela verde e un certo calore alcolico. Sullo sfondo si nota un residuo zuccherino che mitiga la freschezza e rende i primi due sorsi piacevoli; il problema è che alla lunga stanca, soprattutto appena il vino prende temperatura.

Bottiglia che temo abbia già passato il suo momento migliore: la leggera monotonia olfattiva e la mancanza di dinamismo in bocca me lo fanno temere

Discreto come antipasto, dato il leggero spunto zuccherino lo immagino interessante con i frutti di mare, ostriche in particolare.

Il bello: buon prezzo, bella freschezza

Il meno bello: troppo erbaceo al naso, un eccesso di zuccheri

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Caffè La Crepa, Isola Dovarese

Certo che al Caffè La Crepa non ci capiti per caso: per quanto mi riguarda ci sono voluti circa 25 minuti di auto, partendo da un hotel di Cremona e viaggiando lungo uno stradone Provinciale, diritto come la lama di un coltello che affonda la Pianura Padana nel buio più totale.

Essendo, come chi scrive, almeno un po’ attratti da certe atmosfere lievemente crepuscolari, si potrebbe persino essere affascinati quando si giunge ad Isola Dovarese: è freddo, c’è una pioggerellina leggera frammista alla nebbia appena accennata e si parcheggia dove si vuole in una ampia piazza di paese letteralmente deserta e illuminata in maniera piuttosto fioca. Non un rumore, neppure un cane.

E’ proprio su questa bella piazza porticata, da provincia antica, che si affaccia il palazzo del XV secolo che ospita al suo interno il Caffè La Crepa, la trattoria della famiglia Malinverno.
Se fuori il tempo sembra essersi fermato, lo stesso accade entrando nel locale, accolti da un grande bancone da bar sovrastato dal classico specchio inclinato, poi, sulla destra, una sala arredata con divanetti e sedie con velluti e una caratteristica stufa in maiolica. Io sono capitato in una serata in cui l’illuminazione era esclusivamente a lume di candela: benvenuti negli anni ’20!

Ok, ma il cibo? Non si cerchi qui il birignao di certi stellati: certo, c’è la piccola polpetta servita in guisa di amuse bouche, ma poi si parte con un menu a forte connotazione gastronomica locale declinato in forma canonica di antipasto, primo, secondo e dolce, con porzioni casalinghe che non occhieggiano alla litania del menu degustazione dalle millemila micro-portate.
Da queste parti non può mancare la classica entrée di salumi, tutti di gran livello, in questo caso serviti con una fetta di frittata e un contorno di giardiniera.
A seguire: gustosissimo il ripieno dei marubini in brodo, piacevole ma un filo troppo asciutto il riso alla pilota con salsiccia d’oca e finocchietto; pazzesco il cotechino, così morbido che si scioglie in bocca e in qualche modo riesce persino a non sembrare grasso… Chi lo ha assaggiato mi dice buone cose anche del dolce; ottimo il pane, che immagino maison (ma non ho chiesto).

Molto ben curata la carta dei vini, ovviamente non enciclopedica ma ricca di etichette “giuste” con un ricarico corretto, peccato non sia forse aggiornatissima, visto che una bottiglia scelta non era poi presente.
Per la cronaca, ho pasteggiato con un Laherte Millesime 2006 clamoroso: champagne da amatori, con un filo di ossidazione nobile e la bolla appena cedevole a supportare una pienezza gustativa encomiabile.

Non sono sicuro che il termine “trattoria”, oggi fortemente abusato, sia corretto per la tipologia di locale, ad ogni modo il servizio è garbato, preciso e giustamente informale, e il conto adeguato: fosse un locale sotto casa sarei felice di frequentarlo quando possibile.

 

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Il tempo sospeso del Barbacarlo

Non era una sosta prevista, anche a causa dell’orario francamente poco indicato per una visita, ma transitando per Broni non la avreste tentata pure voi una telefonata alla Azienda Agricola Barbacarlo?

Ricapitoliamo per i non enomaniaci. L’azienda Barbacarlo (figurati se esiste il sito da linkare) è lo one-man show del Commendator Lino Maga, e già nome e cognome in qualche modo rimandano ad un immaginario di provincia d’antan, anno 1886 per l’esattezza, quando un vigneto viene dedicato allo zio (“barba” in dialetto) Carlo.
E l’avventura della omonima azienda si dipana a partire da quel millesimo remoto sino ai giorni nostri, quelli che vedono alla guida l’ormai anziano patron, il Commendator Lino, un uomo certo testardamente arroccato sulle sue convinzioni, visto che dopo aver contribuito a fondare il Consorzio dei Vini Tipici dell’Oltrepò Pavese nel 1961, di detto istituto diverrà poi acerrimo nemico, anzitutto per una causa legale temeraria (come altro definire il procedimento ventennale di un uomo solo contro il Consorzio e il Ministero della Agricoltura, con tanto di ricorso al TAR del Lazio e richiesta di sollecito del parere al Consiglio di Stato?) e poi per disaccordi sulla non attribuzione della DOC a certi suoi millesimi.

La famosa causa, anzitutto: siamo sempre negli anni ’60 e il Disciplinare dell’epoca prevede che il nome della vigna “Barbacarlo” possa essere usato da vari produttori all’interno di un areale di ben 45 comuni. L’orgoglioso e cocciuto Maga inizia la sua battaglia legale, tanto disperata che si renderà necessario sostituire più di un avvocato prima di incontrare quello che riuscirà a portarla al successo dopo oltre 20 anni di tribolazioni, solo contro tutti. Unici a spalleggiarlo: Gioann Brera fu Carlo e Gino Veronelli.

Così oggi il Barbacarlo è, come direbbero i francesi, un monopole del Commendatore; il vigneto si trova a circa trecento metri di altitudine ed è coltivato a Croatina, Uva Rara e Vespolina. Ovviamente l’uva cresce senza diserbanti chimici; poi, in cantina la fermentazione avviene in legno e la macerazione si protrae per una decina di giorni.
Dalla fermentazione in poi è il caso a dominare, o meglio, come dice il Maga, la natura: le annate sono enormemente diverse l’una dall’altra, a volte evolvendo in bottiglie “amare”, come lui chiama quelle più secche, a volte con un certo residuo zuccherino, talvolta persino dotate di carbonica evidente. Ma va bene così.
Oltre al Barbacarlo, Maga vinifica anche un secondo vino ottenuto da un’altra collina, il Montebuono; ci sarebbe poi una terza etichetta, ma il vigneto è ormai stato abbandonato a causa delle difficoltà nel gestirlo.

Ma il mito del Barbacarlo trascende il prodotto, basta recarsi all’uscio della cantina nel centro di Broni per esserne partecipi: l’insegna un po’ rotta richiama suggestioni di piccoli e antichi vigneron d’oltralpe, così come l’etichetta sulle bottiglie. La sala di degustazione è pure essa un luogo dell’immaginario e della memoria, scura, legnosa, stipata di bottiglie sia aperte che chiuse e di un magnifico casino di oggetti, quadri, quadretti e fogli appesi, vergati con motti a sfondo enoico.

Poi, certo c’è lui, il Commendatore, che nel mio caso immagino stesse riposando quando ho telefonato e che quindi non ho osato disturbare se non per qualche  minuto.
Scende ad aprire con un curioso cappello di lana in testa, si muove flemmatico, con una sigaretta in mano che, sempre per malia di immaginazione vorresti fosse a marca Gitanes e ci trovassimo in una viuzzola di  Nuits-Saint-Georges, più o meno al tempo della Repubblica di Vichy.
E invece il Maga non arrota la “erre”, semmai articola con marcato accento padano e solo se una risposta è sollecitata, e lo fa con tale e tanta lentezza e ieraticità, tranciando sentenze apodittiche, da farne una sorta di incrocio tra uno Zeman oltrepadano e l’Oracolo di Delfi in salsa lumbard. La faccio breve, cercatevi i video su Youtube, ché valgono più di mille parole.

Infine il vino. Ancor prima di bere, vengono incontro i mitologici foglietti che Maga allega con lo spago al collo della bottiglia, ad esempio la 2015 recita “è da considerarsi ampio fruttato tendente al dolce”.
Ed in effetti è vero, c’è un po’ di dolcezza residua ma la vera amabilità la regala il frutto netto e godibilissimo, pur in presenza di un grado alcolico importante. Fatto sta che, nonostante il millesimo troppo recente, il bicchiere si svuota a velocità allarmante, in particolare (prova effettuata a casa, poche ore dopo) in accompagnamento ad un tagliere di salumi di zona. Le altre considerazioni (il colore rubino luminosissimo, la buona struttura, una discreta lunghezza) lasciano il tempo che trovano, in particolare per un flacone decisamente troppo giovane per poter essere giudicato in maniera corretta.

Il Commendatore dispone anche di qualche altra annata sul tavolo, qualcuna la assaggio e la gradisco, qualcuna meno ma vi evito la solita sterile litania di descrizioni che già altri hanno fatto sicuramente meglio di me, oltretutto taglio corto per non disturbare troppo un ospite anziano e colto senza preavviso.
Quel che conta è che il Barbacarlo non è mai uguale a se stesso, e che ogni volta (forse  anche grazie alla sua storia romanzesca e allo strabordante carisma del suo rustico demiurgo) riesce sempre ad emozionare, ed infondo cosa chiedere di meglio ad un liquido che da tempo non è più (solo) sollievo per la sete e neppure nutrimento?

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Live Wine 2017

Sabato di trasferta a Milano per il Live Wine, e come lo scorso anno le impressioni sono largamente positive per quanto riguarda l’organizzazione: ottimo lo spazio del Palazzo del Ghiaccio, in centro ma non troppo, quindi facilmente raggiungibile sia per chi si muove con i mezzi e sia per chi, come il sottoscritto, arriva in auto (non si corre il rischio di transitare in Area C e ci sono molti parcheggi in zona: io ho prenotato un posto auto a 10 euro per l’intera giornata).
All’ingresso c’è il graditissimo guardaroba e, cosa per me fondamentale c’è spazio: anzitutto il Palaghiaccio è molto areato, ben luminoso ed è sovrastato da una volta altissima, questo consente di non trovarsi immersi in una cappa di calore opprimente e in una bolgia di rumore quando il numero di persone inizia a salire, inoltre i banchi degli espositori non sono minuscoli e hanno una distanza decente gli uni dagli altri. Quanto sopra, in unione al gran numero di produttori presenti, permette di non trovarsi davanti a code scoraggianti dinanzi a ciascuno stand, nonostante l’importante afflusso di pubblico.
Ancora, ottimo il servizio di continuo svuotamento delle sputacchiere e le bottiglie di acqua sempre presenti ai banchetti; interessanti i seminari proposti nelle due giornate.

Gli unici appunti negativi: all’ingresso vengono consegnati il classico calice e il libricino ma manca la tasca porta-calice e nel’opuscolo sarebbe gradito anche l’elenco dei vini di ciascuna azienda (ma capisco sia complesso); gli stand del cibo sono decisamente cari e manca qualche punto di relax e di appoggio in più (tavolini e sedie).
Peccato che in vari casi a presenziare presso lo stand ci sia un distributore (o comunque un terzo) e non il produttore.
Ribadisco ad ogni modo che il salone è uno tra i più godibili tra quelli che  mi capita di frequentare, quindi complimenti all’organizzazione.

Venendo ai vini: luci ed ombre, purtroppo non poche le ultime. Preciso che mi sono dedicato in gran parte a nomi non noti e che forse anche per questo mi sono imbattuto in sorprese non piacevolissime, ma d’altronde la partecipazione ad un evento del genere serve soprattutto a sparare qualche colpo a casaccio, senza aver paura di impegnare tutte le cartucce in bottiglie ignote.
Così ho incrociato qualche francese del Languedoc con vini decisamente ossidati, un paio di alsaziani con una gamma appiattita nei confronti della finezza e un tedesco che presentava riesling di invecchiamento molto poco espressivi; poi ancora un Franciacorta eccessivamente rustico e vari produttori che presentavano vini affinati in botti scolme, e forse sarebbe stato meglio se fossero rimasti esperimenti di cantina. Infine, in almeno tre casi, ho assaggiato bottiglie palesemente non pronte, vini troppo giovani per poter essere degustati.

Detta così suona come un mezzo disastro, lo capisco, ma la realtà è diversa; ho incontrato tante belle conferme, ma visto che trovo stucchevoli gli elenchi telefonici redatti durante le degustazioni seriali, quindi  mi limiterò a riportare solo pochi nomi: Barraco mi ha impressionato con le sue sapidità, De Bartoli per la precisione e la pulizia di tutti i vini presentati, mentre Guccione mi ha stordito con un blend di due annate di Trebbiano, straordinariamente elegante.

Una volta tanto, ecco la bottiglia giusta di Pepe: in varie manifestazioni mi era capitato il suo Trebbiano con puzzette un po’ troppo marcate per poterle classificare come “corredo aromatico”. Stavolta le due annate che mi sono state servite giustificavano abbondantemente blasone e prezzo.

Infine c’è un nome su tutti che mi piace segnalare, perché è solo la seconda volta che assaggio i vini di Vigneto Altura, un piccolo produttore dell’isola del Giglio, ed entrambe le occasioni le ho vissute come vere rivelazioni.
La mia prima è stata un paio di anni fa, con il suo bianco Ansonaco Carfagna: un liquido con qualche evidente lievito in sospensione che, già sorprendente sotto al naso, in bocca diventa un caleidoscopio di succhi di frutta alcolici. Ieri ho ritrovato questo vino esattamente dove e come lo avevo lasciato: dissetante, divertente, originale.
Curiosamente, proprio un paio di settimane fa parlavo con alcuni amici di questo produttore e mi erano stati magnificati anche il suo rosato e il suo rosso: confermo che, se vi capita, valgono ben più di un assaggio distratto nella calca di una manifestazione: il rosato (da sangiovese) e il rosso (un assemblaggio di tali e tante uve diverse da essere ironicamente classificato da un amico come “Chateauneuf du Pape del Gliglio”. Di entrambi ricordo i sentori distinti di macchia mediterranea e la godibilità di bevuta: vini facili ma per nulla banali, mediterranei nell’essenza.
Alla bontà dei prodotti si aggiunge poi la semplicità garbata e amichevole del produttore, che si è prestato a quattro chiacchiere tranquillo come fossimo a casa sua, limitandosi a descrivere il frutto del suo lavoro senza cadere nella retorica naturalista e della viticultura eroica.

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Chardonnay 2002, Pierre Morey

Certo che ti senti tremendamente demodè, oggi, se confessi di aver voglia di chardonnay: l’enomondo che conta ha virato da tempo verso lidi più asciutti, verticali, esili, dritti. I fantomatici vini “minerali”, qualsiasi cosa voglia dire.

In realtà la tendenza la capisco benissimo e la sposo pure io con un certo sostegno: certe bottiglie opulente fino all’eccesso, che risultano di gradimento massimo durante una sessione di degustazione, servite in dosi omeopatiche, restano invece piene a metà alla prova del nove, quella della tavola. Meglio allora vini più sottili, magari anche più semplici, soprattutto più eleganti.
Lo chardonnay, a torto o a ragione, si è guadagnato la fama di “vinone” burroso e grasso, e a peggiorare le cose in tanti lo hanno abbinato ad affinamenti selvaggi in legno piccolo nuovo. Insomma, il simbolo di una certa enologia retrò, anni 80-90 oggi percepita come il fumo agli occhi dal gruppone degli enostrippati terminali.

C’è un “però”: gli stessi wine-addicted di cui sopra sono poi quelli che popolano le loro polluzioni notturne di fantasmi borgognoni, dove, mi risulta, il vituperato vitigno bianco e la bistrattata barrique la fanno da padrone…
Ne consegue che, e scrivo una banalità, lo chardonnay, in certe zone (e in certe mani) è una grande uva, persino (anzi, ancor di più) se affinato in piccole botti di legno, quando usate da chi sa cosa sta facendo.

Detto questo, sono il primo ad ammettere che non è facile scovare questi esempi virtuosi: hai voglia a dire Borgogna se il portafoglio non è quello di un oligarca russo, così quando ho visto a scaffale questa bottiglia dal prezzo civile e dal millesimo non recentissimo non ho resistito alla tentazione

Denominazione: AOC Bourgogne
Vino: Chardonnay
Azienda: Domaine Morey
Anno: 2002
Prezzo: 26 euro

Il vino è un Triple A di Pierre Morey, azienda con terreni a Meursault, Monthélie, Pommard e Puligny Montrachet, che svolge sia attività di vinificazione delle proprie uve che di negociant.
Il Domaine è stato convertito a biologico prima e poi a biodinamico già negli anni 90.

La bottiglia in assaggio è una appellation regionale, quindi nulla di particolarmente prestigioso, anche se le uve sono tutte provenienti da parcelle locate nel comune di Meursault e il 2002 è considerato un millesimo equilibrato e degno di invecchiamento.

Colore paglierino carico, quasi dorato, comunque ancora ben luminoso, senza accenni di decadimento.
La prima olfazione è precisa: zabaione e zucchero filato, ma non è molle e neppure particolarmente complesso, semmai regala anche alcuni richiami più vegetali.

L’assaggio, pur ampio, non è “seduto”: entra burroso e intenso, sostenuto da una bella acidità; il calore poco avvertibile e il corpo, importante ma non robusto, contribuiscono alla piacevolezza del sorso che termina lasciando la bocca pulita, per nulla stucchevole, con una discreta lunghezza.

Ovviamente non è la bottiglia da scegliere per un aperitivo o per il sushi del sabato sera, ma se avete un primo sostanzioso (magari un risotto ai funghi) o un secondo di pollame potete star certi che l’abbinamento sarà ben riuscito.

Il bello: vino non troppo verticale, ma controllato e comunque dinamico

Il meno bello: vino non troppo verticale, ma controllato e comunque dinamico

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Carlaz 2012, Primaterra

Nella ragione sociale è scritto Prima Terra, ma la firma che si legge è quella prestigiosa di Walter De Battè, ormai uno dei simboli del vino “eroico” e non solo.

Mi (e vi) risparmio i consueti richiami al territorio delle Cinque Terre, alla difficoltà della professione vitivinicola ambientata in un paesaggio certamente di struggente bellezza, ma che deve radicare su terrazzamenti ripidissimi a strapiombo sul mare.
Mi limito a scrivere, ma è opinione personalissima di chi scrive, che se si cerca un vino capace di esprimere un carattere decisamente ligure, occorra scandagliare non tra i Vermentini dei  Colli di Luni, o nei Pigati di Ponente, o tra i Rossese, piuttosto semmai in certi Cinque Terre, peraltro tipicamente assemblaggi (Bosco, Albarola, Vermentino).

E quindi mi contraddico subito: il Carlaz non è classificabile come DOC Cinque Terre, è un Vermentino in purezza e per soprammercato la coltivazione delle uve avviene nella zona collinare sopra a Carrara, eppure, nei casi di bottiglia particolarmente fortunata come quella in questione, non esiterei ad indicarlo ad un ipotetico alieno enofilo come bevuta paradigmatica alla comprensione del vino ligure, perlomeno quello della riviera di levante.

Denominazione: VDT Bianco
Vino: Carlaz
Azienda: Prima Terra
Anno: 2012
Prezzo: 25 euro

Dicevamo, vermentino al 100%, leggera (ma sensibile) macerazione senza controllo della temperatura, poi acciaio e nessuna chiarifica e filtrazione.

Dorato, pieno e ricco già alla vista, si conferma tale alla prima olfazione: alle narici arriva un blend di salmastro, di eucalipto e di “puzzetta nobile”. Un filo di volatile? Forse, ma così, appena accennata, è solo il veicolo degli aromi.

Assaggio più canonico rispetto al naso, comunque robusto, caldo, pieno, intenso, anche se magari non particolarmente lungo. Vino mediterraneo, a partire dal colore intenso fino a finire con aneliti di frutta secca che raccontano suggestioni siciliane  e spagnole.
Esige una temperatura non bassa e qualche cibo adeguato, sia come struttura che come latitudine: nel mio caso ha ben gestito una pasta con salsa di cozze, porri e patate

Il bello: l’intenso animo mediterraneo

Il meno bello: prezzo non banale; mi risulta una grande variabilità da bottiglia a bottiglia

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