Trattoria Guallina, Mortara

Memore di due notevoli passaggi a La Crepa di Isola Dovarese era da tempo che avevo voglia di approcciarmi alla Trattoria Guallina. Non che ci sia alcuna relazione tra i due locali, ma la reciproca ubicazione nella profondità della provincia lombarda e una certa fama di eleganza coniugata a rustica tipicità, mi forzavano l’accostamento.

In realtà le differenze non sono poche: se La Crepa la trovate nella piazza centrale di un paesino, qui siamo in una frazione di campagna, e mentre il locale di Isola Dovarese è un gioiellino retrò, qui l’atmosfera è più comune: una trattoria curata, ecco. Analogamente la cantina, pur affatto malvagia, non raggiunge la ricercatezza e la correttezza dei prezzi del ristorante Cremonese.

Al sodo: sono capitato a Mortara il mezzogiorno di un venerdì e per fortuna avevo prenotato: gran numero di coperti per un servizio veloce, ben fatto ma  un po’ imprersonale.
Il cibo è ovviamente incentrato sulla eccellenza locale, l’oca, e rispecchia l’immaginario di trattoria vera: piatti grandi e sapori forti (in particolare un risotto con pasta di salume d’oca davvero “troppo” come quantità e come intensità), misto di salumi discreto ma non da urlo come avrei immaginato, petto d’oca un po’ troppo cotto.

Alla fine l’esperienza non è malvagia ma neppure entusiasmante, soprattutto in ragione di un conto che ho trovato leggermente sbilanciato verso l’altro in ragione di ambiente, servizio e portate.

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Trebbiano d’Abruzzo 2013, Pepe

La storica azienda Emidio Pepe di Torano Nuovo, in Abruzzo, è una di quelle realtà artigiane che del proprio modo fare, biologico ante litteram, hanno beneficiato recentemente, salendo ad una ribalta quasi inaspettata grazie alla new wave vinicola che esalta il non interventismo in vigna e in cantina, la mancanza di filtrazioni e chiarificazioni, i lieviti naturali; insomma, il ritorno ai “sapori di una volta”. Non per nulla la distribuzione è quella TripleA che su questi argomenti lavora con successo da anni.

A seconda degli occhi di chi le legge, la retorica del vino fatto ancora pigiando l’uva con i piedi e figura totemica dell’anziano patron che dichiarava di aver voluto visitare gli States per sapere se laggiù gradivano le sue bottiglie e di aver scoperto così di fare il vino più buono del mondo, possono apparire via via come il traghettamento di una arcaica saggezza verso il mondo moderno oppure  piccole-grandi furberie mercantili d’antan.
Chi scrive, ormai consumatore disincantato e forse fin troppo inaridito nei confronti di certa poesia eno-maniaca, si trova esattamente a metà: da un lato  guardo ammirato alla costanza ferrea nel perseguire determinate vie fin da tempi non sospetti e alla inequivocabile golosità di certi assaggi, dall’altro mi approccio un po’ infastidito al rifiuto preconcetto di qualsivoglia progresso che possa mettere un argine alla elevata (almeno nella personale esperienza) incostanza di bottiglie che hanno ormai raggiunto prezzi decisamente premium.

Denominazione: Trebbiano d’Abruzzo DOC
Vino: Trebbiano d’Abruzzo
Azienda: Emidio Pepe
Anno: 2013
Prezzo: 35 euro

E’ quindi con animo laico che mi avvicino al Trebbiano d’Abruzzo 2013, che appena stappato rivela aromi gentili di fiore bianco, ricordi di cantina e un filo di volatile. Tutto sommato garbato, ma nulla più.

Purtroppo anche l’assaggio gioca nella stessa categoria un po’ monocorde: tantissima l’acidità e poco altro, con un sorso che chiude piuttosto breve, lasciando un vago ricordo di succo d’uva.

E’ il Pepe che non ti aspetti: non ha difetti evidenti come mi è capitato in passato (sbuffi decisi di zolfo) ma neppure è il capolavoro di complessità grazie al quale si perdonano le bottiglie sfortunate… si ferma semmai ad una aurea mediocrità ben poco rilevante, e visto il prezzo non è un complimento.

Il bello: la storia aziendale, la facilità del sorso

Il meno bello: manca di complessità, prezzo importante

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Genova Wine Festival 2019: prima edizione

E’ bello non dover far sempre i criticoni, quindi (contrariamente a quanto accaduto con la manifestazione di GoWine) mi piace segnalare la buona organizzazione della prima edizione del Genova Wine Festival.

Immagino non sia un caso che dietro le quinte ci sia, tra gli altri, l’associazione Papille Clandestine, che da qualche anno gestisce con destrezza eventi sul territorio cittadino, quindi complimenti a loro e all’altro patron (Intravino).

Tra le cose buone da evidenziare, scelgo la location in centro, facile da raggiungere con qualsiasi mezzo, l’ampia area relax, il prezzo di ingresso corretto, la solerte disponibilità dei volontari nel far trovare sempre le sputacchiere vuote.

Se posso invece annotare un punto migliorabile, direi che c’è necessità di più spazio per espositori e pubblico (a partire da un certo orario la sala era davvero troppo piena), ma immagino fosse troppo ottimistico prevedere un simile afflusso.

Infine, una mia personalissima idiosincrasia: fatemi pagare anche un euro in più per il biglietto (uno solo, eh: siamo o no genovesi) ma non costringetemi ad associarmi a Papille Clandestine.
Intendiamoci, non ho assolutamente nulla contro questo ente, anzi, come scritto sopra mi pare stiano lavorando più che bene, semplicemente per mia scelta personale non amo essere membro di qualcosa che non conosco bene e di cui non sono direttamente coinvolto.

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Comunicazione di servizio

Non avevo più manutenuto il sito per vari motivi, e con le nuove versioni di Chrome c’era un fastidioso warning relativo al fatto che il sito non fosse sicuro.

Il sito oggi è stato aggiornato ad HTTPS, quindi il nuovo link da usare è

https://www.centobicchieri.com

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Genova, Tutti i colori del bianco

Nonostante GoWine sia una associazione che da quasi 20 anni si occupa di vino ed organizzi eventi non ricordo di aver mai partecipato ad alcuna manifestazione appartenente a questa ragione sociale,  ma c’è sempre una prima volta, che nel mio caso è arrivata in occasione di “Tutti i colori del bianco“: una rassegna piuttosto eterogenea di vini bianchi italiani.

La faccio breve: dal punto di vista di GoWine immagino ci sia soddisfazione, vista la nutrita partecipazione del pubblica. In qualità di ospite pagante, purtroppo non posso essere altrettanto entusiasta.
Eppure le premesse erano buone: il luogo dell’evento era un hotel elegante in centro città, facilmente raggiungibile con auto, treno e bus, e con abbondanza di parcheggi (a pagamento) nei dintorni; la selezione delle aziende, pur non amplissima, presentava alcuni nomi di livello.

Peccato che l’organizzazione sia difettata in molti aspetti già fin dall’ingresso, rallentato dalle troppe lungaggini per l’acquisto del biglietto.
A seguire: poche grucce al guardaroba, nessuna tasca portabicchiere e un depliant illustrativo dell’evento ridotto a due misere fotocopie piegate in guisa di libretto.

Si entra e nuovamente si resta sconsolati: il biglietto (18 euro, non proprio popolare) dà diritto anche ad un piattino di plastica con 3 pezzetti di focaccia, uno di parmigiano e ad una fettina di salame di qualità eufemisticamente definibile non al top.

In sala non c’è traccia di bottiglie d’acqua o di grissini, ai banchi di degustazione molti vini sono troppo caldi (in una rassegna di vini bianchi non è un peccato veniale), molte vasche del ghiaccio sono piene di acqua dopo soli 30 minuti dall’apertura al pubblico, ed essendo troppo ampie fanno scivolare le bottiglie al loro interno con esiti facilmente immaginabili.

Solerti invece lo svuotamento delle sputacchiere e i rappresentanti di AIS e Fisar al servizio dei banchi “misti” dei consorzi e della Liguria.

Media dei vini non eccelsa: molti troppo giovani, moltissimi penalizzati come già detto da temperature del tutto fuori luogo, e molti naviganti in una aurea mediocritas, ma soprattutto ribadisco i difetti organizzativi.

Sarà per la prossima volta.

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Champagne Vergnon Grand Cru Éloquence

L’azienda di J.L. Vergnon possiede sette ettari nella Cote des Blancs (la zona più mitizzata dagli appassionati di bolle a base Chardonnay), precisamente nel comune classificato Grand Cru di le Mesnil-sur-Oger.

Questo Éloquence è assemblato in gran parte con vino di una stessa annata più il 25% di vini di riserva, vede solo acciaio ed esegue almeno 3 anni di affinamento.

Denominazione: Champagne
Vino: Éloquence
Azienda: J.L. Vergnon
Anno: –
Prezzo: 35 euro

L’aspetto è il classico giallo paglierino scarico, con bolla manco a dirlo sottilissima.
Il naso si declina su eleganti note di mandorla tostata e gesso che si ritrovano poi nel anche sorso, accompagnate all’agrume.
In bocca è piuttosto ricco, pieno e sorretto da grande acidità; il dosaggio è praticamente inavvertibile.
Il finale chiude con una leggera sensazione verde, quasi da frutta acerba e regala una ottima persistenza.

Bel bicchiere, degno accompagnamento di formaggi caprini ma anche parmigiano o primi piatti.

Il bello: naso fine, elegante

Il meno bello: accenno verde a fine sorso

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Nizza 2014, Olim Bauda

Mi sembra che l’avvento della denominazione Nizza sia (finalmente) riuscito a regalare un po’ più di visibilità e dignità alla Barbera di Nizza, vino che, per quanto glorioso, soffre di una certa sottovalutazione da parte di tanti appassionati.
E’ un peccato: le Langhe (e ovviamente il Nebbiolo) ad un tiro di schioppo dimostrano come un territorio vocato e un vitigno storico non bastano per raggiungere il successo planetario, ma devono essere abbinati ad una buona sinergia tra produttori, al buon lavoro di tutti gli attori della filiera turistica ed enogastronimica e ad un adeguato storytelling.

La tenuta Olim Bauda si trova in pieno Monferrato, ad Incisa Scapaccino (pochi chilometri da Nizza Monferrato) e la collocazione geografica si riflette nella produzione: varie tipologie di Barbera, Grignolino, Moscato e qualche incursione nel Nebbiolo e nel Gavi.

Denominazione: Nizza DOCG
Vino: Nizza
Azienda: Olim Bauda
Anno: 2014
Prezzo: 25 euro

Il Nizza 2014 è, ovviamente, una Barbera al 100%, e si presenta con un bel colore rosso rubino, carico, denso e quasi impenetrabile.
Al naso arrivano la frutta rossa sotto spirito e una leggera speziatura dolce, mentre il sorso è pieno, ricco di calore alcolico e piuttosto morbido.
La piacevole acidità e il tannino levigato e decisamente controllato sono perfettamente coerenti con le caratteristiche del vitigno.

Bottiglia magari non troppo complessa ma ottima con l’abbinamento adatto (il classico bisteccone, il tagliere di salumi eccetera).

Il bello: Piacevolmente gastronomica

Il meno bello: Un po’ cara

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Champagne Empreinte Brut 2009, Geoffroy

Talvolta le grandi aspettative vengono deluse, e quando capita con uno champagne è ancora più triste, visto che associamo le bolle alla spensieratezza e all’eleganza.

Le note tecniche parlano del classico dosaggio di 6 grammi per litro su base prevalente di Pinot nero (75%) e poi Chardonnay (20%) e Menunier (5%). Solo succo da prima spremitura e niente svolgimento della malolattica.
Insomma, sulla carta un ottimo prodotto, e invece…
Intendiamoci, non che questo 1er Cru sia cattivo, ci mancherebbe, è che da una bottiglia fatta con uve vendemmiate nel 2009, prodotta da una famiglia storica di vigneron che ha sede in un comune prestigioso come Ay e che possiede 14 ettari nei comuni di Hautvillers, Fleury-la-Rivière e Cumières, ci si aspetta francamente qualcosa di più.

Denominazione: Champagne
Vino: Empreinte Brut
Azienda: Geoffroy
Anno: 2009
Prezzo: 30 euro

Aspetto a parte (perfetto), al naso c’è qualche cenno di nocciola e fruttini rossi e poco altro: gradevole, nulla più.
In bocca la bolla è un po’ spessa, i riconoscimenti si fermano all’agrume e il dosaggio è abbastanza avvertibile, tanto che francamente avrei azzardato ben più dei 6 grammi dichiarati, e alla lunga stanca; chissà che il problema sia dovuto alla acidità moderata?

La destinazione migliore, nonostante la prevalenza del pinot farebbe pensare al tutto pasto, credo sia confinata all’aperitivo.

Insomma, una bottiglia cui è difficile trovare difetti oggettivi, tutto sommato dal prezzo corretto rispetto alla denominazione e al blasone, ma che non entusiasma.

Il bello: prezzo corretto, vino gradevole

Il meno bello: non colpisce

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Friulano Zegla 2010, Renato Keber

Uno dei tópoi dell’appassionato di vino è il classico sbattone per trovare la cantina presso la quale hai prenotato la visita: imposti l’indirizzo sul navigatore, ma tipicamente si tratta di una località di campagna piuttosto isolata (e mi sembra anche giusto) che il malefico aggeggio spesso non conosce oppure, peggio, finge di conoscere e poi invece ti consegna al tuo destino (letteralmente: “la tua destinazione si trova sulla destra”) nel bel mezzo di un bosco o di una strada sterrata senza un casolare nel raggio di qualche chilometro.

Ecco, se una volta vi capitasse una gita nel Collio, mentre vi aggirerete con calma tra colline e paesini, non potrete che rimanere un po’ storditi dal continuo imbattervi involontariamente in aziende vitivinicole più o meno note.
Quanto sopra giusto per testimoniare la vocazione di un territorio praticamente unico nel panorama nazionale.

Il centro di questo piccolo (ma neanche poi tanto) mondo è Cormons, il comune in cui risiede l’azienda di Renato Keber, che gestisce quindici ettari esposti a sud-est della collina Zegla.

Ed è proprio con il nome di questa collina che viene intitolato il Friulano di Renato Keber, una vera e proprio bomba sotto mentite spoglie: solitamente il Friulano è un vino di buon carattere ma rispettoso, difficilmente sopra le righe, amante dell’abbinamento gastronomico, .
Ma questo, appunto, non è il solito Friulano.

Denominazione: Collio
Vino: Friulano Zegla
Azienda: Renato Keber
Anno: 2010
Prezzo: 25 euro

Il liquido è paglierino carico (viene eseguita una lievissima macerazione), dal naso fresco, giovane e ricco di frutta e fiori di campo con in sottofondo richiami alla frutta secca.
Il sorso è molto gustoso, mordente e di grande acidità, tanto che l’alcol (ben 15 gradi) è impossibile da decifrare, così come la struttura: il vino sembra tutto sommato meno imponente di quel che è.
Verso metà o fine sorso curiosamente ho una allucinazione di Sauvignon invecchiato, e poi si chiude ovviamente con la mandorla (ma l’amaro è più che gradevole).

Il potenziale di invecchiamento mi sembra notevolissimo, e, come naturale per il vitigno, si tratta di un vino gastronomico come pochi, capace di abbinarsi  bene a quasi tutto nonostante la possenza, dai taglieri di salumi, ai formaggi di media stagionatura fimo a secondi di carne bianca o pesci salsati.

Il bello: piacevole potenza, gastronomico, ottime possibilità di invecchiamento

Il meno bello: la persistenza potrebbe essere migliore

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La Bardette 2014, Domaine Labet

“Lo Jura è diventato di moda”, mi dice con una smorfia di disgusto un amico commerciante di vini, ma se un articolo sulla rivista dell’AIS e qualche bottiglia in più in distribuzione bastano a certificare come fashionable una regione che la maggioranza dei bevitori neppure saprebbe collocare in cartina, a me inizia a girare la testa. Mi sembra di essere tornato quindicenne appassionato di rock alternativo, quando anche robe come il secondo album dei Jesus & Mary Chain venivano scomunicate come troppo commerciali.

Che poi di questo Jura, cosa vuoi aver bevuto? Sfido la massa degli appassionati seriali: se hanno in saccoccia più di uno Château Chalon, due Arbois e un Cremant a caso già mi levo il cappello.

Ora, facciamo un po’ di ordine: cosa coltivano e per cosa è famoso lo Jura? Le uve maggiormente usate sono chardonnay e savagnin (bacca bianca) e pinot noir, poulsard e trousseau (bacca rossa), e sicuramente i vini più noti sono quelli in stile ossidativo (Vin Jaune, da uva savagnin).

Nel caso invece di questa bottiglia del Domaine Labet abbiamo un prodotto piuttosto atipico, non tanto per il vitigno (Chardonnay) quanto per lo stile: paglierino acceso, con al naso immediate note “strane”, e sfido chiunque a riconoscere lo Chardonnay.

Denominazione: Cote du Jura
Vino: La Bardette
Azienda: Domaine Labet
Anno: 2014
Prezzo: 30 euro

Aromi sono decisamente funky si aprono sopra ad un impianto aggrumato e salmastro: la nota animalesca, oltretutto trasportata da una leggera volatile, non è proprio da manuale della finezza sebbene mantenga una certa piacevolezza.

L’assaggio è nettamente citrino, di grande acidità e sapidità; colpisce una netta somiglianza ad un lambic: l’acidità e il brett vanno a braccetto con il cuoio e la classica definizione Kuaskiana delle “vecchie carte da gioco”. Il corpo è nella media e il finale non particolarmente lungo.

Alla fine dei conti abbiamo una bottiglia curiosa, per certi degustatori quasi inaccettabile e magari entusiasmante per altri; il mio parere è nel mezzo: quelli che in altri casi sarebbero difetti, qui riescono ad amalgamarsi in un bicchiere tutto. sommato dinamico e gradevole.
Certo non un grande vino e non consigliabile a tutti: lo trovò un aperitivo divertente e inusuale, estivo, degno accompagnamento rinfrescante a torte di verdura e magari a formaggi caprini giovani a pasta molle

Il bello:  Inusuale, fresco, divertente

Il meno bello: Troppo caro, aromi rustici

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