Catarratto 2013, Barraco

Quello del siciliano (di Marsala) Nino Barraco è uno dei quei nomi di piccolo culto nell’ambiente degli eno-maniaci, un nome che ricorre nei blog e nel passaparola dei vinoveristi. E a ragione, ché i suoi prodotti, a differenza di altri di questo “giro”, sono garanzia di correttezza gusto-olfattiva a prezzo educato.
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Denominazione: IGP Terre Siciliane
Vino: Catarratto
Azienda: Barraco
Anno: 2013
Prezzo: 17 euro

Nella fattispecie questo Catarratto dichiara già dall’apparenza la sua attitudine e provenienza: l’aspetto è quello tipico di un vino del sole, meridionale, grazie ad un giallo dorato pieno e lucente, forse anche grazie a qualche giorno di macerazione sulle bucce.

L’olfattivo è ricco e pure coerente con geografia, non per aromi surmaturi o tropicaleggianti, piuttosto a dominare sono le erbe mediterranee che accompagnare la frutta acerba e alcuni accenni di affumicato.
Viene quasi da tracciare un paragone con certi Fiano.

L’assaggio è dritto e severo, la botta salina invade decisa il palato e tiene le redini, gestendo un calore moderato. Sorso austero, verticale, con pochissime se non nessuna traccia di aromaticità, solo il leggero fumè torna a far capolino.

Vino di grande personalità, fido compagno gastronomico per pesci al forno o crostacei.

Il bello: la botta salina

Il meno bello: nulla da segnalare

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Vecchio Samperi Ventennale, De Bartoli

Il classico adagio recita che non ci può essere un due senza il tre, e allora dopo i Grappoli del Grillo e il Terzavia, come esimersi dal metter mano (pardon, labbra e lingua e palato) ad uno dei pezzi forti della azienda De Bartoli, il Vecchio Samperi Ventennale, che ancora una volta onora alla grandissima l’uva Grillo.

Dopo una magnifica interpretazione in bianco e una altrettanto valida spumantizzazione, è la volta quindi di un vino ossidativo secco: il Marsala di tipologia Vergine (ma non si può dire, visto che non rientra nella DOC a causa della mancata addizione alcolica, e difatti raggiunge in splendida autonomia i suoi 17,5 gradi alcolici).

Il nome è mutuato dalla zona di coltivazione dell’uva, appunto la contrada Samperi nell’entroterra di Marsala, e i dati tecnici parlano di Grillo al 100%, con resa di 20hl per ettaro, di selezione e raccolta manuale e poi di fermentazione in fusti di rovere e castagno a temperatura non controllata.
Il lungo affinamento (una media di venti anni, da qui parte del nome in etichetta) viene poi svolto sempre in legno, in maniera analoga al Soleras utilizzato ad esempio per lo Sherry: dalle botti si preleva una piccola quantità di vino poi sostituita con altrettanto più giovane. L’operazione viene svolta periodicamente, in modo da creare un amalgama tra millesimi e invecchiamenti differenti.

samperi ventennaleDenominazione: Vino liquoroso secco
Vino: Vecchio Samperi Ventennale
Azienda: De Bartoli
Anno: –
Prezzo: 35 euro

Premesso che non amo i vini ossidativi, non posso comunque non ammirare il risultato: bel colore ambrato, carico e lucente che introduce richiami olfattivi legati al salmastro, allo iodato, alla terra e al fungo, con una punta di vernice in lontananza.

L’ingresso in bocca è sorprendentemente scorrevole nonostante gradazione e intensità, e la bevibilità si giova della netta impressione di secchezza.
Il corpo presente ma agile accompagna un finale decisamente molto persistente: un vino che nella mia immaginazione vedevo bene servito piuttosto fresco e abbinato a formaggi robusti, magari erborinati, ma che sorprendentemente si è trovato più a suo agio in abbinamento a pasticceria secca e ad una temperatura quasi ambiente.

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Grillo 2013, Barraco

Non è passato molto tempo da che ho tracannato il meraviglioso Grillo di De Bartoli, ed ecco che mi capita a portata di cavatappi una bottiglia con cui posso approfondire la mia conoscenza del vitigno.

L’etichetta stavolta porta il nome di Barraco, piccola azienda vicino a Marsala che produce circa 15000 bottiglie l’anno, tutte ottenute dalla vinificazione di uve autoctone: Grillo appunto, poi Zibibbo, Pignatello e Nero d’Avola.

Il sito è molto chiaro sulle modalità di produzione: per i bianchi ci sono quattro giorni di macerazione sulle bucce, poi fermentazione con lieviti non selezionati a temperatura non controllata. Malolattica spontanea, minima solfitazione, affinamento in acciaio e imbottigliamento senza filtrazione e chiarifica.

barraco_grilloDenominazione: Terre Siciliane IGT
Vino: Grillo
Azienda: Barraco
Anno: 2013
Prezzo: 13 euro

Nel bicchiere trovo un bell’oro luminoso e pulito: non sembra affatto un vino non filtrato.
Al naso arriva un bel respiro di aromi primari (uve, frutta fresca), con alcuni accenni di agrume e un graffio iodato.

L’assaggio è pieno, robusto, caldo ma maschera bene i suoi 13,5 con buona acidità e perfetta sapidità; tutto bene, a parte una lievissima scia amara nel finale che sporca appena un sorso di ottima compattezza.
Sicuramente da servire a temperatura non troppo fredda e da abbinare a cibi non troppo “light”: nel mio caso ha lavorato egregiamente con verdure fritte.

Inevitabile il  confronto con de Bartoli: questo Grillo è meno esuberante, più composto, forse più classico. Sono due vini che parlano la stessa lingua ma con accento diverso: personalmente preferisco “I Grappoli” di De Bartoli, ma è solo una questione di gusti personali, ed è anche vero che la bottiglia ha un prezzo diverso.

Il bello: sapidità e calore per un sorso mediterraneo

Il meno bello: nulla da segnalare

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Terzavia De Bartoli

Dopo essere rimasto fortemente impressionato dal Grappoli del Grillo,  essendo un super appassionato di bollicine non potevo non dare una nuova chance al metodo classico di casa De Bartoli, il Terzavia.
Parlo di nuova possibilità perché ne avevo fatto un assaggio lo scorso anno senza restarne particolarmente impressionato, trovandolo un po’ pesante e monocorde: altro millesimo, altra bottiglia, ritentiamo.

Qualche dato tecnico: Terzavia in quanto terza modalità espressiva del Grillo, dopo il Marsala e il vino bianco fermo; solo 11.000 bottiglie prodotte da uva Grillo in purezza, raccolta manuale e pressatura soffice a temperatura controllata, fermentazione tramite lieviti autoctoni, prima in acciaio e poi in rovere.
Il tiraggio è ottenuto con la semplice aggiunta della corretta percentuale di mosto fresco, poi almeno 18 mesi in bottiglia sui lieviti e quindi la sboccatura e la messa in commercio senza dosaggio. Annata 2011 e sboccatura 2014.

terzaviaDenominazione: VSDQ
Vino: Terzavia
Azienda: Marco De Bartoli
Anno: 2011
Prezzo: 22 euro

Nel bicchiere è oro pallido, con bolla sottilissima, forse non particolarmente numerosa; accarezza con bella continuità e di certo non aggredisce, con classe.

I profumi sono quasi da vino aromatico, si avverte una certa evoluzione, fiori gialli e frutta matura e poi fanno capolino la pera caramellata e la confettura; in sottofondo richiami minerali salmastri.
Sarà la suggestione, ma ho l’impressione di riconoscere qualche eco de i Grappoli del Grillo assaggiato recentemente.

Ingresso che quasi subito riempie il palato con i medesimi richiami alla frutta matura e con una bella sapidità. decisa. Buon corpo, nessun amaro finale o accesso di acidità nonostante il dosaggio zero. Finale di interessante persistenza.

Una interessante via meridionale al metodo classico: non potendo contare su terreni, clima e vitigni tradizionalmente vocati alla spumantizzazione, si sceglie un approccio nuovo che riesce a coniugare la forza della viticoltura del sud con la agilità indispensabile ad un metodo classico.

Di certo un vino gastronomico, non lo vedo come classico aperitivo, semmai come ottimo compagno di preparazioni marine strutturate (tonno, pesce spada accomodati).

Il bello: vino di interessante personalità

Il meno bello: da consumare in abbinamento a cibi, non lo vedo come la tipica bolla da aperitivo

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Grappoli del Grillo 2012, De Bartoli

Bisogna essere sinceri, sennò che stiamo a fare qui?

Frequento colpevolmente poco il sud Italia enoico, forse per lontananza geografica, forse per reperibilità dei vini, forse per affinità di tipologie, e della azienda De Bartoli so giusto quel che sanno tutti: al tempo della sua scomparsa ho letto della passione di Marco De Bartoli, delle sue battaglie per il Marsala, del suo recupero del Grillo… ma alle spalle ho pochi assaggi.

La sostanza è comunque che il vino di oggi è uno di quelli che mi convince di quanto errata sia la mia consuetudine: questa è una di quelle bottiglie che ti fanno sbattono in faccia quel che ti stai perdendo.

Grappoli del grilloDenominazione: Grillo Sicilia DOC
Vino: Grappoli del grillo
Azienda: Marco De Bartoli
Anno: 2012
Prezzo: 23 euro

Marco De Bartoli ha deciso di produrre il suo primo vino bianco nel 1990, usando un uva bistrattata e fino ad allora impiegata quasi solo per il Marsala, quindi Grillo in purezza raccolto nella Contrada Sampieri, a Marsala, con basse rese e severa selezione manuale. Fermentazione realizzata con lieviti autoctoni e temperatura controllata, inizialmente in acciaio e poi in rovere francese (del tutto inavvertibile sia olfattivamente che all’assaggio) per dodici mesi, usando la tecnica del bâtonnage.

Lo vedi di un bel giallo paglierino-dorato, di buona consistenza, e ti aspetti sentori caldi, magari mielati, ma appena metti le narici sopra al bicchiere ecco che si materializza lo spettro della tanto abusata mineralità di cui tutti straparlano… Arriva diretto un vagone di gesso (lo so che il gesso non ha odore, ma per qualche motivo il cervello accende questa immagine), condito con un filo di cera d’api, a sovrastare una struttura aggrumata (pompelmo?) decisa e fresca, condita da sensazioni di fiori di campo.
Non solleveresti più il nasone dal vetro, tanto è sfaccettato e piacevole.

Poi in bocca: riempie rapido il cavo orale: c’è acidità e torna nettissimo il pompelmo “mineralizzato”, ma è la sapidità a spiccare, tanto che brucia quasi le mucose.  Non puoi definirlo equilibrato, ma come fai a non riempire (e a non svuotare) nuovamente il bicchiere?

Difficilmente spendo il termine “territoriale”, che per me vuol dire davvero poco (magari una volta ne parleremo), ma un sorso così salino non può non rimandare la mente a località marine; oltretutto la lunga chiusura, dopo il bel ritorno del frutto, palesa un accenno di macchia mediterranea, in cui una volta tanto un filo di amaro (ma è davvero un flash) ha un senso piacevole, evitando di diventare appendice fastidiosa.

Territoriale, dicevamo, ma felicemente bifronte: certo, non c’è quella carica alcolica, e glicerica che ti aspetti da un vino siciliano (poi però vai a controllare in etichetta e scopri che sono 13,5 gradi, e ti chiedi come diavolo facciano ad essere così ben mascherati!), ma la luminosità e la sapidità teletrasportano su coste soleggiate e sferzate dal vento che solleva schizzi di salmastro.

Il bello: bevibilità pazzesca, ottenuta senza sacrificare l’importanza del vino.

Il meno bello: per quanto la bevuta sia stata ottima, il millesimo era recentissimo: sono certo valga la pena provare qualche bottiglia decennale.

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Guarini Syrah 2012, Vini Viola

Dopo neppure un mese torniamo a parlare di Syrah, ancora una volta proveniente non dalla zona di elezione (il Rodano).
Stavolta la provenienza è italiana, siciliana: il vino è prodotto da Viniviola di Aldo Viola: 16 ettari condotti a regime biologico per sole 10.000 bottiglie l’anno.

Denominazione: IGT Sicilia
Vino: Guarini Syrah
Azienda: Vini Viola
Anno: 2012
Prezzo: ? (era un regalo)

Nello specifico parliamo dunque del Syrah, le cui uve provengono da una collina di Feudo Guarini, a 300 metri sul livello del mare.

Come immaginabile, l’aspetto è rubino vivissimo, spendente e guizzante, con netti riflessi porpora.
L’olfattivo ha buona intensità, ma non particolare complessità: frutta fresca, ciliegia e prugna, e soprattutto vinoso, sentore di mosto in fermentazione.
Quasi inavvertibile il varietale del syrah: mancano quasi totalmente le note piccanti, speziate; lo stesso accade all’assaggio.

Al palato è completamente secco, di decisa alcolicità e piacevolmente fresco, leggermente tannico (mi aspettavo una astringenza più robusta e verde, invece il tannino è molto gentile e garbato).
Buona struttura e finale di media lunghezza.

Vino di buon potenziale, si intuisce la stoffa, comunque piacevole già oggi, ma in questo momento decisamente troppo giovane: mi domando perché non si attenda almeno ancora un anno di affinamento prima di metterlo in commercio.
Arrivederci volentieri tra un paio di anni.

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Cheap Thrills n.2: Frappato 2011, COS

Secondo incontro con le recensioni di vini al tempo della crisi e dall’Alsazia del primo appuntamento ci spostiamo in Italia, nella Sicilia sud-orientale, con un salto ideale di oltre 1800 chilometri,
Il produttore è la Azienda Agricola COS (dalle iniziali dei tre soci fondatori), esistente dal 1980, condotta con un certo piglio contemporaneo (ad esempio regime biodinamico, uso di anfore e coltivazione di vitigni autoctoni con concessioni agli internazionali in una sola referenza) e il cui vino simbolo è sicuramente il Cerasuolo di Vittoria.

frappato COSIl vino che abbiamo scelto di assaggiare è un nome magari meno importante del Cerasuolo (unica DOCG regionale), ma molto celebrato sulle varie guide e nel passaparola degli appassionati: il Frappato, millesimo 2011.

I dati tecnici: uva Frappato al 100% coltivata a circa 250 metri sul livello del mare con ridotta resa per ettaro (circa 50 quintali), fermentazione in vasche di vetrocemento e affinamento in cantina di 12 mesi.

Denominazione: Sicilia IGT
Vino: Frappato
Azienda: COS
Anno: 2011
Prezzo: 12 euro

Francesca

Marco

Eccoci al nostro secondo appuntamento, ammetto che questo vino è stato un po’ un rompicapo.

Il mio assaggio è iniziato saltando una fase importante, che in gergo tecnico viene chiamato esame visivo, e che a volte per la curiosità decido di mettere in secondo piano rispetto all’esame olfattivo.
Sono rimasta sorpresa e un po’ spiazzata, perché effettivamente la nota che mi è saltata al naso era balsamica e di spezie, profumi che fanno pensare a un vino evoluto. Ho riletto l’etichetta credendo di essermi sbagliata ma effettivamente l’anno riportato è il 2011.

Provo a ricominciare, e questa volta non tralascio l’esame visivo, quello che è nel bicchiere è un bel rosso rubino che effettivamente conferma la giovane età. Prima annusata (olfazione sarebbe il termine tecnico) e sento che la nota balsamica è andata via lasciando il posto a una spezia che stento un po’ a riconoscere.
Pensa, annusa, pensa, annusa, ecco si accende la lampadina giusta: è senape, un buonissimo profumo di senape, che a me solitamente non piace ma che ho apprezzato molto in questo vino perché non è esasperata. In un secondo tempo arriva anche una nota di frutta rossa sotto spirito.

All’assaggio ritornano tutti i profumi e con piacere dico che il vino ha davvero un ottimo equilibrio, la speziatura non è troppo invadente ed è supportata da una buona struttura.
A chiudere l’ultimo sorso è un tannino appena accennato che accarezza il palato lasciandolo pulito. Capita spesso di bere vini buoni e fatti bene, ma che non sono proprio immediati, per quello che mi riguarda posso dire che questo sia uno di quelli che lascia un impronta facilmente riconoscibile.

Complimenti all’azienda agricola Cos.

Non mi piace parlare male di un vino, in particolare se è il prodotto di un artigiano o comunque di una piccola azienda: in ogni caso in una bottiglia ci sono un anno o più di lavoro e di fatica e ci sono gli investimenti in denaro e in emozione di persone che fanno un lavoro che ha la caratteristica di una aleatorietà estremamente elevata: basta una grandinata al momento sbagliato per gettare al vento un intero raccolto.

Detto questo, io sono un consumatore e come tale sento il diritto di esprimere una opinione non positiva, ovviamente motivandola; in più la formula delle recensioni doppie mi consente di mitigare il timore di affossare un prodotto solo sulla base della classica “bottiglia sbagliata”.

Al dunque: nel bicchiere è rosso rubino con accenni porpora, segno di  bella giovinezza e vitalità, ed molto fluido. Fino a qui tutto bene: corrisponde al vino che avevo immaginato.

I problemi iniziano all’olfattivo: c’è una nota dominante di rosmarino decisamente  troppo invadente e del tutto monocorde, se non fosse per un accenno di ferrosità e persino di medicinale. Insomma, un naso del tutto sgraziato.
Provo ad assaggiarlo, ma le sensazioni dominanti sono esattamente le stesse: davvero difficile proseguire, per questo decido di lasciarlo riposare  aperto e rimando il tutto al giorno successivo.

Secondo tentativo: la situazione è migliorata, nel senso che la sgradevolezza olfattiva è quasi del tutto scomparsa, ma resta sempre solo il rosmarino troppo carico e poco altro, se non un ribes grossolano.

L’assaggio scivola via molto semplice, senza particolari rivelazioni se non gli echi di quanto avvertito con il naso. C’è freschezza, un tannino lievissimo, poca sensazione alcolica e persistenza corta.

Davvero, non mi sento di scrivere granché altro: non posso credere che questo sia il “vero” Frappato, mi pare evidente di essermi imbattuto in una bottiglia poco felice, e me lo conferma la lettura di quanto scritto qui accanto da Francesca.

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Catarratto 2010, Porta del Vento: bio in Sicilia

Denominazione: Sicilia bianco IGT
Vino: Catarratto
Azienda: Porta del Vento
Anno: – 2010
Prezzo: 12 euro

catarratto 2010Conosco poco Porta del Vento, ma sono istintivamente ben disposto nei loro confronti: i primi tempi in cui ho iniziato ad interessarmi al vino con più serietà ho partecipato ad una degustazione dei loro prodotti e ricordo i proprietari come persone di grande semplicità e cortesia.

In breve: l’azienda è giovane, situata a Camporeale in provincia di Palermo. Le vigne di 25/30 anni sono coltivate a regime biologico a 600 metri di altitudine su terreno sabbioso, in una zona ovviamente estremamente ventosa.
L’attitudine è quella “naturalista” attualmente tanto in voga: sentite come descrivono il processo produttivo sul loro sito: “Il terreno viene zappato a mano lungo i filari, nessun uso di  prodotti di sintesi,  cerchiamo di comprendere e mantenere  l’equilibrio delle erbe spontanee, accrescendo  la biodiversità. La resa  è molto bassa circa quaranta quintali per ettaro.  La vendemmia  viene fatta a mano”. Poco da aggiungere, se non che la vinificazione avviene in acciaio e con temperature controllate.

Questo Catarratto in purezza è un vino giallo paglierino estremamente vivo, con intensi profumi floreali (acacia?) ma soprattutto minerali e iodati. In bocca è vibrante, di corpo importante, più sapido che acido ma comunque fresco. C’è un accenno che non riesco ad identificare, forse un tocco lieve di evoluto affatto sgradevole.

Magari non è elegantissimo, ma ha personalità, ed è molto dritto, verticale, con discreta  persistenza, e facilità di bevuta, semplice quanto interessante, in particolare in relazione al prezzo.

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MUNJEBEL BIANCO

Questo è uno di quei vini che io classifico nella categoria “per appassionati del genere” già nel versare il primo bicchiere si torna un po’ indietro nel tempo. Il colore mi ha ricordato il vino che faceva mio nonno, che non vuol dire vecchio ma tradizionale e naturale.

Munjebel Negli anni e con il perfezionarsi delle tecniche della vinificazione si è arrivati ad avere prodotti perfetti per quello che riguarda la limpidezza il colore e i profumi, forse rendendo un po’ pigro il nostro palato. Assaggiandolo mi sono resa conto che gli stessi parametri che si usano per classificare i vini “tradizionali” non rendono merito a questo tipo di vino. Non vi nascondo che non è stato facile.
Mi ha colpito subito la presenza di un po’ di fondo già al terzo bicchiere, i colori vanno dal giallo carico all aranciato pur essendo del 2010 per quello che riguarda i profumi si riconosce subito una nota di frutta matura ( non faccio elenchi noiosi e bizzarri) e poco dopo arriva una nota che io definisco vinosa.

In bocca il vino si apre e da il meglio di se: si aggiungono ai profumi una nota minerale e una spiccata sapidità che contrasta una buona morbidezza, mi sembra che sia ossidato.
Nel cercare di capire qualche cosa di più del vino che ho nel bicchiere mi sono informata; il produttore  si chiama Frank Cornelissen coltiva 8,5 ettari di terreno vitato  in modo del tutto naturale, ne biologico o biodinamico con una resa di 300g per pianta. La vendemmia viene fatta tra metà ottobre e metà novembre le uve vengono poi lasciate fermentare in giare di terracotta da 150-400 litri.
La macerazione sulle bucce dura da 4 a 7 mesi prima di essere imbottigliato. Lo stesso procedimento viene usato sia per la vinificazione in bianco che quella in rosso.

Leggendo queste tecniche adottate da questo viticoltore davvero ci si rende conto che i termini codificati non sono un vestito su misura per questo tipo di vino. Ultime note tecniche: il vino è un assemblaggio di Grecanico dorato Coda di volpe Caricante e Cataratto, dall az agricola di Frank Cornelissen ai piedi dell Etna.

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