Chardonnay 2002, Pierre Morey

Certo che ti senti tremendamente demodè, oggi, se confessi di aver voglia di chardonnay: l’enomondo che conta ha virato da tempo verso lidi più asciutti, verticali, esili, dritti. I fantomatici vini “minerali”, qualsiasi cosa voglia dire.

In realtà la tendenza la capisco benissimo e la sposo pure io con un certo sostegno: certe bottiglie opulente fino all’eccesso, che risultano di gradimento massimo durante una sessione di degustazione, servite in dosi omeopatiche, restano invece piene a metà alla prova del nove, quella della tavola. Meglio allora vini più sottili, magari anche più semplici, soprattutto più eleganti.
Lo chardonnay, a torto o a ragione, si è guadagnato la fama di “vinone” burroso e grasso, e a peggiorare le cose in tanti lo hanno abbinato ad affinamenti selvaggi in legno piccolo nuovo. Insomma, il simbolo di una certa enologia retrò, anni 80-90 oggi percepita come il fumo agli occhi dal gruppone degli enostrippati terminali.

C’è un “però”: gli stessi wine-addicted di cui sopra sono poi quelli che popolano le loro polluzioni notturne di fantasmi borgognoni, dove, mi risulta, il vituperato vitigno bianco e la bistrattata barrique la fanno da padrone…
Ne consegue che, e scrivo una banalità, lo chardonnay, in certe zone (e in certe mani) è una grande uva, persino (anzi, ancor di più) se affinato in piccole botti di legno, quando usate da chi sa cosa sta facendo.

Detto questo, sono il primo ad ammettere che non è facile scovare questi esempi virtuosi: hai voglia a dire Borgogna se il portafoglio non è quello di un oligarca russo, così quando ho visto a scaffale questa bottiglia dal prezzo civile e dal millesimo non recentissimo non ho resistito alla tentazione

Denominazione: AOC Bourgogne
Vino: Chardonnay
Azienda: Domaine Morey
Anno: 2002
Prezzo: 26 euro

Il vino è un Triple A di Pierre Morey, azienda con terreni a Meursault, Monthélie, Pommard e Puligny Montrachet, che svolge sia attività di vinificazione delle proprie uve che di negociant.
Il Domaine è stato convertito a biologico prima e poi a biodinamico già negli anni 90.

La bottiglia in assaggio è una appellation regionale, quindi nulla di particolarmente prestigioso, anche se le uve sono tutte provenienti da parcelle locate nel comune di Meursault e il 2002 è considerato un millesimo equilibrato e degno di invecchiamento.

Colore paglierino carico, quasi dorato, comunque ancora ben luminoso, senza accenni di decadimento.
La prima olfazione è precisa: zabaione e zucchero filato, ma non è molle e neppure particolarmente complesso, semmai regala anche alcuni richiami più vegetali.

L’assaggio, pur ampio, non è “seduto”: entra burroso e intenso, sostenuto da una bella acidità; il calore poco avvertibile e il corpo, importante ma non robusto, contribuiscono alla piacevolezza del sorso che termina lasciando la bocca pulita, per nulla stucchevole, con una discreta lunghezza.

Ovviamente non è la bottiglia da scegliere per un aperitivo o per il sushi del sabato sera, ma se avete un primo sostanzioso (magari un risotto ai funghi) o un secondo di pollame potete star certi che l’abbinamento sarà ben riuscito.

Il bello: vino non troppo verticale, ma controllato e comunque dinamico

Il meno bello: vino non troppo verticale, ma controllato e comunque dinamico

Articoli correlati:

Mersault Les Durots 2011, Morey

Una delle zone mitologiche per l’appassionato di vino è la Borgogna, epica sia per la narrazione del famigerato terroir, sia per la fama di bottiglie inarrivabili per rarità e per valori di listino astronomici; per fortuna si trova anche qualcosa di relativamente più abbordabile, anche se è certamente difficile orientarsi in un panorama ricco di produttori e denominazioni.

Questo è uno di quei casi: ho scelto un prodotto della famiglia Morey, che lavora le vigne in questi lembi di Francia da oltre 200 anni e attualmente possiede circa 10 ettari distribuiti in vari comuni (Monthelie, Pommard, Puligny-Montrachet e Meursault), da cui ricava una vasta gamma di etichette. La coltivazione è stata convertita negli anni 90 prima in biologico e poi in biodinamico.

moreyIl vino in questione è un pinot nero in purezza che svolge la malolattica, viene affinato in pieces di rovere e non subisce filtrazione o chiarifiche; la denominazione è quella comunale di Mersault, uno dei cosiddetti “Village”, cioè il secondo gradino nella scala delle Appellation borgognone, che, lo ricordiamo, prevede una piramide con al vertice la appellation grand cru, per scendere via via verso il premier cru, poi la appellation communale e infine quella régionale.


Denominazione
: AOC Mersault
Vino: Les Durots
Azienda: Domaine Pierre Morey
Anno: 2011
Prezzo: 45 euro

Il lieu-dit “Les Durots” (esteso per meno di mezzo ettaro) significa “terra difficile, dura” e regala vini che il produttore identifica come colorati, tannici, potenti e di lungo invecchiamento. Vediamo se è vero.

Il vino è effettivamente di colore molto intenso, un bel rubino denso e serrato, e il buquet è paradigmatico, la quintessenza francese del pinot nero, con i piccoli frutti rossi di bosco maturi e tanta speziatura dolce, accompagnata da qualche inizio di terziario. Indubbiamente intenso, vellutato e ingannevole, perché l’assaggio, dal calore alcolico piuttosto ben mascherato, è invece molto deciso, con un tannino levigato ma serrato, una acidità rilevante e un corpo ben presente.

Il vino sicuramente non è stato stappato al suo meglio, ritengo che qualche anno in più non possa che giovare, ricomponendo e armonizzando le asperità: ad ogni modo si beve con una certa piacevolezza già da subito, magari in accompagnamento ad un petto d’anatra o a selvaggina.

Il bello: ci si perde col naso nel bicchiere
Il meno bello: vino ancora in divenire. Prezzo importante

Articoli correlati:

Saint Aubin 1er cru En Remilly 2007, Marc Colin et Fils

La Borgogna è lontana, chilometricamente ma anche e soprattutto economicamente: i prezzi dei grandi Pinot nero e Chardonnay sono quasi sempre inarrivabili per noi comuni mortali, e, perlomeno nella mia esperienza, talvolta capita che se si cerca di rovistare a casaccio nelle produzioni minori si finisca per incappare in solenni delusioni, spendendo comunque cifre non banali.

Non è il caso di questo Saint-Aubin (certo non regalato ma vivaddio ancora nel range delle umane possibilità) proveniente da Marc Colin ed Fils, azienda di buon nome che coltiva 19 ettari e produce una vasta gamma di denominazioni, molte delle quali di gran prestigio.

Le circa 14000 bottiglie con questa etichetta sono prodotte con uve provenienti da viti piantate dal 1970 al 1990 su suolo argilloso-calcareo esposto a Sud-Ovest, con vinificazione e successivo affinamento effettuati in fusti di rovere.
Il vigneto è considerato il più prestigioso di Saint Aubin, anche perché una parte di esso prosegue a Sud-Ovest nella più rinomata denominazione Chassagne-Montrachet.

Denominazione: Saint-Aubin
Vino: En Remilly 1èr cru
Azienda: Domaine Marc Colin et Fils
Anno: 2007
Prezzo: 35 euro

Saint AubinVisivamente molto giovane, giallo paglierino con riflessi verdolini, ma la parte più interessante è l’olfattivo intenso ed estremamente particolare, con un gran buquet di fiori, in particolare la ginestra, ma ci sono mille sfaccettature fini, e una distinta mineralità che con i minuti evolve in speziatura. Da perderci le ore annusando, tanto è cangiante.

Il sorso è tesissimo, con acidità alle stelle  e sapidità direttamente in scia, ma l’intensità del gusto e il buon calore riescono a bilanciare le sensazioni, rendendolo facile da bere, quasi senza far notare di avere davanti un vino di notevole importanza.
C’è lunghezza, ma non infinita.

Ancora giovane, ma è un gran bel bere nonostante sia ancora orientato alle durezze: di certo posso lo immagino fantastico in un paio di anni da ora.

Articoli correlati:

Le loro maestà: impressioni varie

Buon ultimo tra i vari blog, propongo il mio commento su “Le loro maestà“, importante manifestazione giunta alla seconda edizione (per parlare come i tizi che redigono i comunicati stampa).

Le loro maestàIl succo della faccenda: presentare una panoramica di produttori langhetti e borgognoni, cercando di fornire una prospettiva quanto più completa possibile sulla “nobiltà” dei vitigni Pinot nero e Nebbiolo: in pratica 50 cantine, equamente divise tra Italia e Francia, hanno presentato per l’assaggio uno o due vini ciascuno, simbolo della loro produzione.

Manifestazione magniloquente (non vorrei definirla “sborona”, ma insomma…) sia dal nome “maestoso”, che per ubicazione (l’Agenzia di Pollenzo, dove risiedono anche l’università di Slow Food e la Banca del Vino), la teutonica macchina organizzativa (hostess precisissime e cortesi, guardardaroba all’ingresso, abbondanza di bottiglie d’acqua gassata e naturale e ottimi grissini nella sala di degustazione) e, ovviamente, per il prezzo allineato o forse persino superiore alle aspettative (80 euro!).

Le loro MaestàSolite sensazioni per il tipo di manifestazione che ormai, come da consuetudine, io definisco “drink-porn”: come altro puoi chiamarla, quando paghi per abbuffarti per una giornata intera di una messe infinita di vini, che ovviamente assaggerai e sputerai invece di approfondirli, gustarli, abbinarli ad una pietanza? E’ pornografia enoica: ti perdi in mille abbracci che ricambi solo per un istante, goloso di tuffarti tra altre braccia sempre nuove solo perché puoi e non perché hai qualcosa di ricambiare.
Ma tant’è, consapevole dei limiti della formula, ogni tanto mi piace indulgere in queste perversioni…

La cronaca: sveglia al mattino presto per essere a Pollenzo fin dall’apertura, in modo da dedicare la mattina alla Francia, fare una pausa per il pranzo, poi rientrare per gli italiani e riuscire ad avere un adeguato tempo di decompressione prima del ritorno a casa in auto.
Programma rispettato a dispetto delle temperature polari (-7.5 sulla Torino-Savona alle 9.30 del mattino!).

Mentirei se dicessi che conoscevo più del 10% dei francesi e più del 40% degli italiani, se non per averne letto le ragioni sociali in siti, libri, opuscoli eccetera, e altrettanto sarei presuntuoso se affermassi di essere essere stato capace di capire la filosofia e la qualità di 50 aziende nello spazio di poche ore.
Le loro Maestà 2Per questo, come sempre in queste occasioni, mi limito a qualche cenno su quello che ho trovato più gradevole o interessante in quell’istante, senza volerne fare classifiche di merito e neppure tagliare dei giudizi centesimali che sono quanto mai distanti dal mio modo di frequentare il vino.

Ecco quindi qualche impressione veloce e minimale.
Per quanto riguarda i francesi segnalerei il Clos de la Roche Grand Cru 2002 di Remy: note terziare, tannino presente ma delicatissimo, lungo e cangiante in bocca; il Nuit-Saint-Georges 1er Cru Les Damodes 2007 di Olivier: molto personale, con accenno di medicinale e bella freschezza; il Pommard 1er Cru Grand Clos des Epenots 2009 di De Courcel: si distingue per corpo, potenza e tannino mantenendo equilibrio ed eleganza; il Volnay 1er Cru Santenonts du Milieu 2005 di Comtes Lafon: forse il naso più bello, intenso, ricco della manifestazione.
Segnalazione a parte per i vini di Guillon, che si scostavano dagli altri per concentrazione superiore, sia nel colore che in bocca, il produttore sostiene a causa delle lunghe vinificazioni.

Per gli italiani: bello intenso, vivo, vibrante il Barolo Fossati 2006 di Enzo Boglietti; tannino alle stelle per il Barolo Bricco Boschis Vigna San Giuseppe 2006 di Cavallotto; piacevolissimo e corredato da una bella spezia il Barbaresco Rabajà 2009 di Giuseppe Cortese; fine, delicato e complesso, con accenni interessanti di evoluzione il Barbaresco Camp Gros Martinenga 2004 Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy; molto personale ed elegante il Lessona Omaggio a Quintino Sella 2006 di Tenute Sella.
Un punto interrogativo grosso per il Barolo Bricco Gattera 2005 di Cordero di Montezemolo: al naso si avvertiva netta la banana!

In generale, è stato molto più semplice gestire l’assaggio dei vini francesi, che grazie alla minor potenza e soprattutto al minor tannino, hanno consentito al mio palato di restare reattivo e concentrato più a lungo.

Alcune osservazioni.
Molti i grandi nomi presenti, ma altrettanti ne mancavano, e degli intervenuti ben pochi hanno portato millesimi più affinati degli ultimi disponibili: dato il prezzo di ingresso credo che si potesse fare uno sforzo per avere maggiore profondità di annate; la cosa ha penalizzato in particolare i vini piemontesi, che in molti casi ho trovato ancora estremamente duri.
Ancora, la manifestazione era a numero chiuso: ne sono certo perché al sabato i biglietti risultavano esauriti in prevendita; nonostante questo, in alcuni momenti della giornata la calca era non insostenibile ma certamente fastidiosa; sarebbe stata augurabile una sala più spaziosa.

Infine, vorrei spendere una parola di elogio per la trattoria Savoia: al momento del pranzo abbiamo deciso di fare qualche metro e siamo entrati questo bar / tabaccheria di Pollenzo, che nel retro propone un piccolo ristorante. Cucina semplice e tradizionale, con materie prime di buon livello, porzioni devastanti per quantità e prezzi da incredulità generale. A completare lo stupore, servizio tranquillo e gentilissimo. Davvero complimenti: il locale che vorrei avere sotto casa.

Articoli correlati:

La cena del sommelier Gennarino Carunchio

Gennarino CarunchioDa quanto tempo non provate una robusta, sana, ruspante invidia sociale? Non intendo una di quelle gelosie tipiche di questi tempi oscuri per la quale tu, disoccupato, provi odio nei confronti del tuo vicino di casa che ha ancora il salario da camionista, ma proprio quel desueto senso anni settanta di appartenenza ad un classe diversa, inferiore.
Insomma, da quanto non vi sentite Gennarino Carunchio?

A me è capitato la scorsa settimana.
Gradito ospite-Calimero ad una “cena prestigiosa” (si dice così, vero?) nella quale sono stati bevuti vini che definire colossali è un eufemismo, con la mia foga da eno-parvenu ho avventato per primo il naso nel bicchiere di un Margaux 1971 e mi è balzato alla mente De André: “La morte verrà all’improvviso, avrà le tue labbra e i tuoi occhi”, e, ho aggiunto, il tuo olfatto.
TAPPO!
Ho alzato timidamente la manina per comunicarlo agli altri commensali, che hanno concordato: è proprio tappo.

Ora, il mio elenco di smoccolamenti assortiti potete immaginarlo: quando mai ricapiterà a me, Carunchio Gennarino, di sedere nuovamente al desco dei Signori per assaporare il nettare divino? Ingenuamente pensavo però che anche i Re, nel loro piccolo, si incazzassero: è qui che sbagliavo, è qui che ho capito la differenza che corre tra me e gli Onnipotenti ed è qui che si è risvegliato il mio sopito stimolo alla invidia di classe.
Per farla breve, il proprietario della bottiglia non ha fatto un plissé e, con tutta la calma e la serenità del mondo, intercalando tra un discorso e l’altro, ha dichiarato sorridendo: “Pazienza, apriamo Château Ausone ’75”.
Stop. Nessuna litania sui santi o testata contro il muro. Questa è classe, caro Gennarino!

Facezie (insomma…) a parte, l’invito di un amico gentile (che mai potrò ringraziare abbastanza) mi ha permesso di imbucarmi all’evento; ovviamente ci tengo a raccontarvi tutto, così da farvi rodere il fegato alla grande e controbilanciare la mia invidia di cui sopra con un sapiente colpo di karma.

ChampagnePronti via: con gli antipasti abbiamo stappato due Champagne: Salon 1985 e Bollinger R.D. 1988.
Chi legge il blog conosce forse il mio amore per le bollicine, ma qui siamo fuori scala: intanto vini perfetti, senza ombra di sfregio da parte del tempo, che anzi ha contribuito ad evolvere il profilo gustativo verso vette difficilmente immaginabili.
In entrambi i casi la bolla è ancora vitale e copiosa, ma talmente sottile e delicata da risultare cremosa; Salon in particolare si presenta già dal colore, quasi ambrato, come qualcosa di “altro” rispetto ad un normale Champagne: trasfigurato in una dimensione a sé, nettamente evoluto ma sapido, complesso in maniera imbarazzante, con note che dal miele di acacia arrivano al caseario, passando per la canonica pasticceria. Monumentale.
Bollinger: appena versato parte più tranquillo, più Champagne nel colore e con un corredo aromatico meno ampio (si fa per dire) e meno intenso, ma dalla sua ha maggiore freschezza e mineralità e, nonostante una potenza superiore (immagino regalata dal Pinot nero) è forse più adatto agli antipasti. In ogni caso col passare dei minuti diventa più intrigante: si infittisce la sapidità e si rinforzano la crosta di pane e la mela ed esce un accenno di fungo.

Clos de BezeCon la prima portata è arrivato il signore e padrone incontrastato della serata: Chambertin Clos de Beze 1987 Luis Jadot.
Classico colore da Borgogna, scarico ma ancora vivissimo, è soprattutto l’olfattivo ad impressionare: c’è tutto quello che vi viene in mente e anche di più, il piccolo frutto, la terra, il bosco, il balsamico, il selvatico e persino un accenno di agrume maturo. Da manuale AIS sarebbe ampio, molto intenso ed eccellente. Da assaggiatore, chiudi gli occhi e sei in mezzo ad una collina francese. Stop.
In bocca è altrettanto perfetto: è caldo ma l’alcol non si sente per nulla, è fresco ma l’acidità non graffia, e il tannino è lieve e setoso.
Il Pinot nero nella sua massima espressione, una bottiglia aperta credo nel momento di massima grazia in cui nessun elemento spicca o ne sovrasta un altro e tutto si fonde in un insieme per descrivere il quale occorre, una volta tanto a ragione, scomodare il mitico termine “armonico”
In una parola: il Vino con la V maiuscola.
Nota a margine: il problema di una bottiglia del genere è che d’ora in poi ogni altro assaggio uscirà impietosamente demolito dal confronto: dovrò darmi al chinotto o alla aranciata.

Château AusoneDi Château Margaux e del relativo tappo abbiamo parlato, quindi passiamo a Château Ausone ’75. Vino enigmatico: arriva completamente muto, del tutto chiuso nonostante l’apertura effettuata due ore prima e la seguente scaraffatura.
Ci vorranno ancora molti minuti e tanti giri di polso per stanarlo: il colore è ancora giovanissimo e concentrato, finalmente escono gli aromi e c’è un sorprendente e nettissimo caffè, poi spezie in quantità e un tannino vivo, ben definito e piacevole.
Interessante, ma siamo ad anni luce dal Clos de Beze.

SauternesSi chiude la partita con gli erborinati, accompagnati da Château Suduiraut 1975.
I vini dolci non sono il mio terreno di gioco preferito, ma non posso fare a meno di ammirare la grandezza di questo Sauternes: alla vista colore carico, brillante e densità non eccessiva per la tipologia; al naso tutta la declinazione del muffato nobile, la frutta secca, l’albicocca disidratata, il miele, la frutta tropicale e soprattutto uno zafferano immenso, inarrestabile.
L’assaggio ripropone le stesse sensazioni dell’olfattivo, in più è lunghissimo, di una persistenza oltre ogni confine: trascorsa mezz’ora dopo aver mangiato i formaggi, avevo ancora lo zafferano in bocca…

In conclusione, che dire della serata?
Ho imparato sicuramente qualcosa, in primis che il sentimento dell’invidia mi appartiene e mi consuma nonostante io non voglia, ma a parte questo ho capito che esistono vini di una finezza che fino ad oggi avevo solo immaginato, e che purtroppo sono riservati a pochi, fortunati semi-mortali.
E mi sono accorto che, per noi Gennarini, una batteria di questo calibro è troppo, in particolare se abbinata ad una cena quasi altrettanto sontuosa: tutta questa grazia ti assale e ti sovrasta, e ti rende quasi incapace di capire e di godere appieno: non arrivo ancora a pensarla in toto come Francesca, ma quasi quasi…

 

Articoli correlati:

Borgogna in bianco e nero

Qualche immagine della Borgogna in Agosto.

Niente report: è stata una vacanza un pochino improvvisata e ho scoperto che non è un gran periodo per la visita (molti ristoranti e molti produttori di vino erano chiusi).

Quello che posso dire è che Beaune e dintorni vivono di cultura enogastronomica: c’è una casa vinicola ad ogni passo (e molte sono antichissime), i paesi pullulano di enoteche, il paesaggio vitato è straordinariamente coreografico e curato e i paesini sono caratteristici e interessanti anche per i non enomaniaci.

Il problema, come facilmente immaginabile, sono i prezzi: per il dormire si trovano molte camere a tariffe oneste, e tutto sommato con ristoranti e bistrot ci si arrangia, ma non appena si tocca il vino il discorso cambia.
Il servizio al bicchiere è estremamente caro, direi che si cerca di disincentivarlo per quanto possibile, e cenare con un paio di bottiglie discrete è davvero impegnativo.

Alcune note sparse:

– ho notato che alcuni ristoranti importanti propongono menu degustazione a prezzo ridotto a mezzogiorno: è il caso di approfittarne
– in pieno centro di Beaune c’è Athenaeum, una libreria (ma non solo) in cui si può trovare tutto il desiderabile sull’argomento vino, compresa una enoteca fornita e un piccolo angolo degustazione con proposte sempre variabili ed interessanti
– sempre in città, c’è un posto curioso ma che vale davvero qualche ora di visita. Si tratta de la Cave de l’Ange Gardien, un sottoscala gestito da una coppia di mezza età che, su prenotazione, propone un lunghissimo e interessantissimo percorso di degustazione di molte denominazioni locali. Davvero consigliato.

From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012
From Borgogna Agosto 2012

Articoli correlati: