Leivi Critical Beer 2016

I birrifici italiani che saranno presenti:
Birrificio Italiano (Co), Piccolo Birrificio Clandestino (Li), Birrificio Argo (Pr), Hibu (Mb), Birrificio Lariano (Lc), Kamun (Ge), Scarampola (Sv), Birra Galhop (Rapallo – Ge), Deep Beer (Sora- Fr) e Birrificio Civale (Al), Birrificio La Taverna del Vara (Sp)
Entrambe le giornate saranno inaugurate da degustazioni guidate dai mastri birrai ospiti, accompagnate da stand gastronomici con prodotti del territorio ligure come Asado, Testaieu e Focaccia al formaggio.
La serata di venerdì 2 settembre sarà aperta da SKATENATIGULLIO, a seguire è previsto il concerto dei WE LOVE SURF (Surf, Beat, Rock) con chiusura DJ set di TESTE RIUNDE.
La giornata di sabato 3 settembre inizierà con una selezione di dischi del DJ FIL FUNKY’s, concerto a seguire dei GATTO NERO GATTO BIANCO, la chiusura della serata sarà a cura del DJ set di FRISBY e NATTA.

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Scurreria Beer & Bagel

A forza di sentir parlare della new wave dei pub di qualità a Genova, non potevo esimermi dal provare forse quello più interessante: Scurreria Beer & Bagel.
Il locale prende il nome dalla via in cui è ubicato, a pochi passi dalla cattedrale di San Lorenzo, molto comodo per chi arriva con i mezzi pubblici; anche i visitatori dell’Acquario (che spesso arrivano in città per tour “mordi e fuggi”) possono raggiungerlo in pochi minuti a piedi.

L’interno è quello di un pub dall’arredamento moderno, con l’illuminazione ben curata, e fortunatamente l’effetto non è troppo modaiolo; estetica a parte, quello che ci interessa davvero è il banco con le sue spine (12 più due a pompa, dice il sito), e devo dire che la selezione è davvero ben fatta: la sera della mia visita non ho trovato le vie occupate da nomi di grido, nessuna mappazza superalcolica o pigne resinose (giusto la Spaceman, dai, ma perlomeno è un prodotto ben fatto).
Piuttosto, un sidro, qualche italiana di qualità, un lambic, e soprattutto una ottima piccola selezione di birrifici tedeschi, segno che i titolari fanno ricerca, credono nelle loro scelte e sono in grado di selezionare i prodotti più adatti al periodo: con il caldo torrido c’è poco di meglio di una lager “vera”, bevibilissima, poco alcolica, con un aroma delicato di luppolo nobile.
Complimenti anche per la perfetta temperatura di servizio, ho bevuto quattro birre e nessuna è arrivata ghiacciata come troppo spesso accade: inutile avere prodotti di buon livello e poi mortificarli proponendoli a 4 gradi come una Heineken qualsiasi.

Tutto bene dunque? Quasi.
Sarò sfigato ma ho beccato subito il tavolino traballante, che è una cosa che mi scoccia perché fai gli interni di design (e son sicuro che li paghi un botto) e poi trascuri questi dettagli che puoi mettere a posto a costo zero in un minuto… Altro problemino: ad inizio serata, con solo pochi clienti, il locale è molto rumoroso e non oso immaginare il casino che può esserci col pienone.

Dettagli a parte, il punto dolente è il cibo.
D’accordo, è un pub, non un ristorante, però c’è qualcosa da rivedere: ho mangiato un bagel con il pastrami in cui era assente qualsiasi bilanciamento tra i sapori, con la senape che annientava ogni altro gusto, e poi un “hamburger del birraio” su cui vorrei spendere due parole.
Anzitutto censuro la mania di preparare panini di altezza disumana: l’uomo non ha le fauci di un coccodrillo, e addentare una roba più alta del palmo di una mano, oltre che essere a rischio di slogamento della mascella, porta inevitabilmente alla fuoriuscita della qualunque e alla conseguente macchia di pantaloni e camicie. Ma, dimensioni a parte, la carne è piuttosto dimenticabile e il pomodoro è insapore (e siamo ad agosto!!!).
Insomma, senza voli pindarici, mantenendo una proposta culinaria da pub, credo si potrebbe fare di più, se non altro per valorizzare al meglio l’ottima proposta birraria.

I prezzi mi sembrano adeguati alla posizione del locale e il personale è stato gentile; non ho fatto domande, ma sono sicuro siano in grado di consigliare e spiegare a dovere le birre, visto che le note sul menu mi sono sembrate ben fatte.

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Riviera Critical Beer

Non fai a tempo a stupirti di qualcuno che vuol riprovare a fare un festival di birre a Genova, ed ecco che a sorpresa spunta un’altra manifestazione a tema in riviera: Riviera Critical Beer.
Non ho idea di chi siano gli organizzatori (immagino persone del giro di Critical Wine), e i proclami sul sito mi fanno un po’ sorridere, ma l’elenco dei birrifici presenti dichiara alcuni nomi davvero interessanti, quindi direi che chi è in zona un salto potrebbe farlo: venerdì 4 e sabato 5 a Leivi.

 

 

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Le grandi interviste :- ) di Centobicchieri: Papille Clandestine

IColgo una occasione: ero rimasto così sorpreso dalla notizia di un nuovo festival birrario a Genova da voler capire meglio chi era così matto da volersene accollare l’organizzazione.

I coraggiosi sono i tizi di Papille Clandestine, un trio che da tempo gestisce un blog a tema enogastronomico, di tanto in tanto organizza eventi (finora di dimensioni limitate) e che da poco ha deciso di darci dentro in maniera più strutturata, iniziando dalla creazione di una associazione culturale.


D: Parlami di Papille Clandestine: nasce come blog, vi seguo da tempo, ma mi pare che un po’ alla volta vi state sempre più confrontando con l’organizzazione di eventi. E’ un lavoro a tempo pieno? Lo è in divenire?

R: Papille nasce come blog, ma noi siamo nati come persone. In quanto tali ci piace fare bisboccia con gli amici e rapidamente papille è diventato un modo per conoscerne di nuovi, di amici, e una scusa per andare a scoprire tutti insieme posti nuovi. insomma, diciamo che le “cene papille” o gli eventi papilli, tre o quattro all’anno, sono stati una conseguenza quasi naturale. non abbiamo mai pensato di metterci esclusivamente a fare eventi, restiamo blogger – anche perché tutti e tre ci occupiamo di comunicazione per mestiere – però nel tempo ci abbiamo preso gusto.
Aggiungici che appunto sia per amicizie che per collaborazioni ci siamo trovati ad intessere una solida rete di relazioni sul territorio, insomma, alla fine ci siamo detti che era l’ora di uscire allo scoperto: qualche mese fa abbiamo creato l’associazione culturale papille clandestine, che sarà il braccio operativo papillo per tutto quello che riguarda serate, eventi, corsi e incontri.

D: Anche riguardo le birre mi pare di avere rilevato una vostra recente accelerazione, o sbaglio? La vostra impronta di riferimento è tradizionale (Belgio, Germania, equilibrio ecc.) o modernista (facciamolo strano, le collaborazioni, gli amari estremi ecc.)

R: Effettivamente l’ultimo anno abbiamo fatto diverse cose birrarie, anche se di nostro-nostro c’è stato solo il corso di degustazione – comunque una bella cosina venuta su con la massima soddisfazione di tutti.
In tanti altri eventi (vedi gli incontri con i birrai nei locali genovesi) ci siamo limitati ad aiutare nell’organizzazione e nella comunicazione di iniziative altrui, a volte sì pungolando qualche locale (leggi pure: rompendogli il belino). questa è una delle cose a cui più teniamo e che ti accennavamo precedentemente: il network, il fare rete, usare Papille come una risorsa per tutti quelli che vogliono fare qualcosa di qualità in questa città. quanto all’accelerazione, più che nostra, è di tutta la città – o almeno di tre-quattro locali che ci stanno lavorando bene.
Se poi vogliamo lodarci, crediamo che il successo del nostro corso di birra – e dei primi incontri – abbia convinto alcuni publican che la via era percorribile, insomma, che abbia dato un po’ di slancio a tutti.

D: Riguardo la manifestazione: non avete paura del pubblico genovese? Cosa avete pensato per non incappare in fallimenti come quelli del IBF e di Birre al Parco?

R: Siamo convinti che i tempi siano maturi. i segnali sono molti: il consumo di birra artigianale è aumentato, così come l’attenzione.
Anche a Genova. diverse manifestazioni sono andate molto bene negli anni scorsi (Critical Beer, anche se non è il nostro modello) così come la Birralonga. soprattutto quest’ultima: mille persone che hanno pagato 20 euro in anticipo e i biglietti esauriti giorni prima. vediamo locali come Kamun, i Troeggi e Scurreria – tutti e tre che propongono solo birra di qualità – pieni tutte le sere.
Altri che comunque pur essendo legati a distribuzioni commerciali liberano una via per marchi artigianali o craft e ci raccontano che quella via va alla grande.
Il movimento si è poi assestato in tutta Italia, e ci aspettiamo che in diversi vengano a Villa Bombrini anche da fuori Genova; non dico da Milano (anche se sappiamo già che da Milano verranno), ma basso Piemonte, riviere…
Gli errori dell’IBF e di Birre al Parco li abbiamo ovviamente analizzati, e la nostra risposta è: comunicazione (ci abbiamo messo una bella fetta di budget ed è in fondo il nostro mestiere) e relazioni e alleanze sul territorio. Inoltre abbiamo puntato su qualità e prezzi corretti. due cose che a Genova hanno sempre una certa importanza.

D: L’organizzazione del festival è tutta vostra o avete collaborazioni con altri enti (es. Compagnia della Birra, Mobi, ADB, Timossi ecc.)?

R: l’iniziativa è la prima grande prova dell’associazione culturale, che è nominalmente l’organizzatore.
L’iniziativa, appunto, perché poi per l’esecuzione come ti dicevamo stiamo ricevendo collaborazione da parte di tantissimi: birrai, locali, distributori, associazioni di settore e culturali (ci sarà una mostra fotografica e probabilmente una biciclettata). Abbiamo anche altre idee e contatti su cui lavoreremo nel prossimo mese.
Noi la pensiamo come una festa per la birra e per Genova, non per Papille: MOBI e Compagnia della Birra sono amici preziosi, così come i ragazzi di Critical Wine e Pint of Science.
Al netto di diversi loro soci che ci aiutano a titolo personale li abbiamo ufficialmente invitati a venire e mettere il loro banchetto al festival per raccontare quello che fanno, e speriamo che riescano a trovare il modo di organizzarsi per farlo.
Il tempo dei veti incrociati per noi è stato sepolto con la generazione che ci ha preceduto, noi trenta-quarantenni genovesi sappiamo tutti che in questa città uniti si vince e divisi si muore. Se il festival andrà bene, e andrà bene, sarà una ricchezza per tutti.

D: Io sono da un po’ fuori dal giro: come procede la scena birraria a Genova (produttori a parte)? C’è fermento? I locali storici mi sembrano un po’ passati di moda, i nuovi li stanno rimpiazzando degnamente per scelta e competenza?

R: Male, devi tornare a farti un giretto in centro!
Sì, la scena è cambiata. Noi riteniamo che sia cambiata in meglio, perché c’è più interesse e maggior scelta. poi certo, se uno ha nostalgia dei tempi pionieristici potrebbe vedere le cose diversamente.
Qualche nome: i Troeggi in via Chiabrera, il primo locale del centro che ha puntato esclusivamente sulla birra artigianale italiana; il Kamun Lab, la prima tap-room di un birrificio artigianale, con anche un paio di vie per birrifici ospiti; Scurreria Beer and Bagel, il primo vero locale genovese interamente dedicato alla birra di qualità sulla linea dei grandi locali romani e milanesi.
Tutti e tre stanno a cento metri l’uno dall’altro, che è una cosa fondamentale, probabilmente la vera grande differenza con i locali dell’era carbonara. a contorno tanti altri lavorano sulla birra di qualità: Pausa Caffè, Kowalski, lo stesso HB, Giangaspero alla Maddalena, l’Altrove, Machegotti, Locanda… di sicuro ce ne dimentichiamo qualcuno fuori dal centro.
Il messaggio che la birra buona tira è stato recepito anche dal principale distributore regionale, Timossi, che ha in catalogo un’ottima scelta di grandi birrifici craft dall’Italia e dall’Inghilterra.
Insomma, a noi è venuta sete, a te?

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Definizioni indefinibili: la birra artigianale

Leggo su Cronache di Birra che la Brewers Association ha (nuovamente) rivisto i criteri che regolamentano la definizione di “birra artigianale”, spostando ancora una volta i paletti che dovrebbero normare questa categoria sfuggevole.
In Italia, nonostante la dicitura sia ormai un ottimo argomento di marketing e sia sulla bocca di tutti (nonché nei menu di moltissimi pub e ristoranti), dopo un primo momento pionieristico in cui si parlava di “birra non filtrata e non pastorizzata”, ormai neppure ci si prova più a specificare a cosa ci si riferisce quando la utilizziamo, tanto è vero che è persino vietato piazzarla in etichetta

Da tempo sostengo l’inutilità di questa definizione: la birra è il risultato di varie lavorazioni di materie prime (luppolo, malto. acqua, lievito) che assai raramente (per non dire pressoché mai) sono coltivate da chi produce il prodotto finito; queste trasformazioni possono essere svolte più o meno manualmente, ma anche nei birrifici più piccoli sono sempre più meccanizzate (e per fortuna: non vedo quale miglioramento qualitativo possa derivare dalla etichettatura manuale delle bottiglie, o dal cercare di mantenere la temperatura corretta accendendo e spegnendo freneticamente un fornello, o dal mescolamento del mash tramite la forza umana).
Da quanto sopra consegue che, potenzialmente, tanto la produzione dei classici 20 litri casalinghi, quanto quella di 200 ettolitri può avere la medesima qualità finale. Ne fanno fede proprio gli eccellenti prodotti di alcuni birrifici USA che sfornano quantità sterminate di bottiglie, mantenendo un ottimo livello organolettico (es. Sierra Nevada).

Non a caso la regolamentazione della Brewers Association riguardo la “craft beer”, pur cercando di delimitare l’area di applicazione della etichetta, non fa riferimento alla qualità del prodotto finale o alle metodologie di produzione: “An American craft brewer is small, independent and traditional”.
Per quanto riguarda lo “small”: già in passato a causa del successo dei birrifici craft USA, il limite produttivo annuale era stato alzato a livelli che per noi italiani risultano stellari (6 milioni di barili) e, non bastasse, ora si aggiunge anche la postilla del 3% di tutto il venduto negli USA, lasciando pensare ad un innalzamento quasi automatico del limite dell’artigianale all’incrementarsi del mercato complessivo.
Il secondo tassello della definizione è il termine “indipendente”: meno del 25%  del birrificio craft può essere posseduto o controllato da aziende del beverage alcolico che non siano esse stesse birrifici.
Il terzo termine, “tradizionale”, è così fumoso da essere totalmente inutile. Trascrivo da Cronache di Birra: “Un birrificio la cui parte principale di produzione è costituita di birre i cui aromi derivano da ingredienti brassicoli tradizionali o innovativi e dalla loro fermentazione”.

Detto francamente: cosa importa a me, consumatore, della quantità annua di litri venduti e se la proprietà del birrificio è di un gruppo alimentare che annovera nel suo catalogo anche succhi di frutta e merendine, visto che questi parametri non hanno alcuna incidenza sulla qualità finale del prodotto?

Per questo sono sempre più convinto che si debba evitare di utilizzare la dicitura “birra artigianale”, e ci si debba limitare a parlare di “birre di qualità”, facendo riferimento a qualità organolettiche superiori alla media.
Certo, il limite enorme di questa definizione è che ha valore non certificabile legislativamente, non derivando da un disciplinare di produzione; come tale non potrebbe essere utilizzata come discriminante tipologico da apporre in etichetta, a meno di non voler creare commissioni di assaggio riconosciute per legge o mostruosità similari.
Pazienza, sempre meglio di questo “artigianale” abbaglio collettivo.

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