Genova Beer Festival

Più di 50 birre artigianali alla spina in degustazione.

Villa Bombrini

Via Muratori 5, Genova Cornigliano 
L’ingresso costa 6 € e comprende bicchiere e tasca portabicchiere. Gli assaggi si acquistano esclusivamente con i gettoni del Festival, che puoi cambiare nell’apposita cassa interna. Un gettone costa 1 € e dà diritto a 10 cl di birra (in un bicchiere ce ne stanno 30 cl): in questo modo potrai assaggiare più birre diverse senza… stancarti.

Articoli correlati:

Scurreria Beer & Bagel

A forza di sentir parlare della new wave dei pub di qualità a Genova, non potevo esimermi dal provare forse quello più interessante: Scurreria Beer & Bagel.
Il locale prende il nome dalla via in cui è ubicato, a pochi passi dalla cattedrale di San Lorenzo, molto comodo per chi arriva con i mezzi pubblici; anche i visitatori dell’Acquario (che spesso arrivano in città per tour “mordi e fuggi”) possono raggiungerlo in pochi minuti a piedi.

L’interno è quello di un pub dall’arredamento moderno, con l’illuminazione ben curata, e fortunatamente l’effetto non è troppo modaiolo; estetica a parte, quello che ci interessa davvero è il banco con le sue spine (12 più due a pompa, dice il sito), e devo dire che la selezione è davvero ben fatta: la sera della mia visita non ho trovato le vie occupate da nomi di grido, nessuna mappazza superalcolica o pigne resinose (giusto la Spaceman, dai, ma perlomeno è un prodotto ben fatto).
Piuttosto, un sidro, qualche italiana di qualità, un lambic, e soprattutto una ottima piccola selezione di birrifici tedeschi, segno che i titolari fanno ricerca, credono nelle loro scelte e sono in grado di selezionare i prodotti più adatti al periodo: con il caldo torrido c’è poco di meglio di una lager “vera”, bevibilissima, poco alcolica, con un aroma delicato di luppolo nobile.
Complimenti anche per la perfetta temperatura di servizio, ho bevuto quattro birre e nessuna è arrivata ghiacciata come troppo spesso accade: inutile avere prodotti di buon livello e poi mortificarli proponendoli a 4 gradi come una Heineken qualsiasi.

Tutto bene dunque? Quasi.
Sarò sfigato ma ho beccato subito il tavolino traballante, che è una cosa che mi scoccia perché fai gli interni di design (e son sicuro che li paghi un botto) e poi trascuri questi dettagli che puoi mettere a posto a costo zero in un minuto… Altro problemino: ad inizio serata, con solo pochi clienti, il locale è molto rumoroso e non oso immaginare il casino che può esserci col pienone.

Dettagli a parte, il punto dolente è il cibo.
D’accordo, è un pub, non un ristorante, però c’è qualcosa da rivedere: ho mangiato un bagel con il pastrami in cui era assente qualsiasi bilanciamento tra i sapori, con la senape che annientava ogni altro gusto, e poi un “hamburger del birraio” su cui vorrei spendere due parole.
Anzitutto censuro la mania di preparare panini di altezza disumana: l’uomo non ha le fauci di un coccodrillo, e addentare una roba più alta del palmo di una mano, oltre che essere a rischio di slogamento della mascella, porta inevitabilmente alla fuoriuscita della qualunque e alla conseguente macchia di pantaloni e camicie. Ma, dimensioni a parte, la carne è piuttosto dimenticabile e il pomodoro è insapore (e siamo ad agosto!!!).
Insomma, senza voli pindarici, mantenendo una proposta culinaria da pub, credo si potrebbe fare di più, se non altro per valorizzare al meglio l’ottima proposta birraria.

I prezzi mi sembrano adeguati alla posizione del locale e il personale è stato gentile; non ho fatto domande, ma sono sicuro siano in grado di consigliare e spiegare a dovere le birre, visto che le note sul menu mi sono sembrate ben fatte.

Articoli correlati:

Riviera Critical Beer

Non fai a tempo a stupirti di qualcuno che vuol riprovare a fare un festival di birre a Genova, ed ecco che a sorpresa spunta un’altra manifestazione a tema in riviera: Riviera Critical Beer.
Non ho idea di chi siano gli organizzatori (immagino persone del giro di Critical Wine), e i proclami sul sito mi fanno un po’ sorridere, ma l’elenco dei birrifici presenti dichiara alcuni nomi davvero interessanti, quindi direi che chi è in zona un salto potrebbe farlo: venerdì 4 e sabato 5 a Leivi.

 

 

Articoli correlati:

Ri-tentar non nuoce: torna un festival birrario a Genova

Francamente non avrei mai pensato che qualcuno avrebbe mai avuto il coraggio di ritentare: dopo il flop storico del IBF Genova (e il mezzo flop di Birre al Parco) torna un festival di birra in città.

Non contando le varie manifestazioni organizzate (male) da distributori e locali, ormai da anni la scena birraria genovese ha subito varie fasi di trasformazioni; si partiva da basi pionieristiche magari piccole ma solide: la presenza in città di un comunicatore di eccezione come Kuaska, l’apporto fondamentale della Compagnia della Birra, che con Massimo Versaci (poi creatore di Maltus Faber) organizzava i primi viaggi in Belgio, i contributi di storici homebrewer (Max Faraggi, Mauro Queirolo), tre locali che in tempi non sospetti investivano in qualità (Irish pub, O’Connor, Pub del Duca)…

Ad un certo punto qualcosa si è arenato: Kuaska ha iniziato a gravitare sempre meno su Genova, i locali storici hanno cambiato in parte gestione e ad organizzare meno serate a tema, la birra “artigianale” (termine che non vuol dire nulla e che odio di cuore) è diventata mainstream e si è insinuata in qualche ristorante, bar ed enoteca insospettabile.
Insomma, da provinciale che non ha mai frequentato granché “il giro giusto” ho notato comunque un raffreddamento dello spirito “di frontiera” che aveva animato i primi tempi.

Da qualche tempo, una nuova fiammata: hanno aperto alcuni nuovi locali dedicati al mondo della birra, sta per iniziare un corso sulle birre acide e mi pare di capire che questi tizi di Papille Clandestine si siano appassionati al tema.

Stiamo a vedere che succede: intanto i nomi annunciati al Genova Beer Festival sono di buon livello e la formula del gettone ad un euro per 10cc è quella che preferisco (in realtà speravo anche in un carnet da 10 assaggi con un po’ di sconto ma non si può aver tutto…).

Articoli correlati:

Oude Kriek, Hanssens

Proseguendo a casaccio nel nostro viaggio tra le rifermentazioni in bottiglia, stavolta arriviamo da Hanssens, in Belgio, attorno a Bruxelles: la patria di quello strano ibrido che è il Lambic.

Tralascio ogni spiegazione sullo stile, qualsiasi cosa io possa articolare sarebbe comunque più imprecisa e meno dettagliata di quanto riportato in questo vecchio scritto, vergato dal Principe del Pajottenland in persona: Lorenzo Dabove, AKA Kuaska.

Hanssens  kriek

Denominazione: Birra Kriek
Vino:  Oude Kriek
Azienda: Hanssens
Anno: –
Prezzo: 11 euro

Hanssens è uno storico blender di lambic: i blender tradizionalmente selezionano il lambic dai produttori per poi affinarlo e creare la miscela da imbottigliare e mettere sul mercato, una sorta di cuvèe, per capirci.
La birra di cui si parla oggi è una Kriek, cioè macerata con le amarene.

Colore rosso torbido, opalescente, poco penetrabile; la schiuma si forma appena accennata ed è evanescente, così come pure la carbonica, lievissima.

Olfattivo classico per la tipologia: la mitologica sella di cavallo qui si sente davvero(!), come il legno umido, l’armadio chiuso e, come dice Kuaska in uno dei suoi aneddoti ormai famosi, le carte da gioco vecchie. La ciliegia si avverte ben poco.

L’acidità in bocca è ovviamente immaginabile, fuori scala: è quella del lambic sommata a quella della frutta; sorprende anche la sapidità, impressionante.

Dopo il sorso è come se fosse passata una smerigliatrice su tutto il palato: sgrassa, brasiva, asciuga… e la lunghezza non è da meno.

Forse un po’ rustica, non troppo sfaccettata, sicuramente brutale, ma vivaddio è veritiera, senza compromessi, un prodotto realmente tradizionale.
Capisco possa non piacere, e di sicuro non è il prodotto adatto per avvicinarsi alla tipologia, ma è una esperienza gustativa notevole.

Il bello: la vera tradizionalità del gusto, senza compromessi
Il meno bello: acidità e sapidità fuori scala. non per tutti

Articoli correlati:

Brewdog Punk IPA: luppolo in lattina

[Nota per i lettori più assidui: viviamo in un mondo curioso; a dicembre, istigato dal trovarne da mesi alcuni articoli al supermercato, decido di scrivere un pezzo introduttivo su Brewdog, pensando di completare il racconto nei giorni seguenti con le note di assaggio.
Ovviamente, dopo pochi giorni, la sezione di scaffale dedicata al birrificio scozzese è stata occupata da altri prodotti, costringendomi ad abbandonare il progetto e inficiando tutto il senso della premessa.
Ormai neppure mi ricordavo più della faccenda, ma ecco che al Carrefour vicino a casa ricompaiono le ben riconoscibili etichette degli imbalsamatori di scoiattoli, imponendomi di continuare quanto iniziato a suo tempo.]

Birra: Punk IPA
Azienda: Brewdog
Stile di riferimento: IPA
Prezzo: 2,47 euro

Punk IPATraviati da svariati corsi di degustazione, travolti da quintali di manuali, lobotomizzati da fiumi di trasmissioni gastro-televisive, siamo tutti diventati fini degustatori di vino, esperti esteti nell’impiattamento del cibo, severi fustigatori dei difetti di tutte le produzioni brassicole dell’orbe terracqueo, esegeti spaccatori del capello per l’abbinamento alcol-cibo.
Il tutto, ça va sans dire, con in mano il bicchiere (pardon, calice) da degustazione ISO; siamo quindi ormai tutti dei degusto-fenomeni con la puzza sotto il naso, e ci siamo dimenticati di quando tracannavamo le peggio birre, senza il taccuino sottomano per prendere nota dei descrittori, direttamente dalla latta o dalla bottiglia (e qualche volta ci piacevano pure).

Lo sbarco di Brewdog nell’arena della grande distribuzione si accompagna ad una innovazione non da poco per il mercato della birra “artigianale” o “di qualità”: il contenitore in alluminio.
Storicamente relegata a contenitore di prodotti scadenti, la lattina ha dalla sua una serie notevole di vantaggi: è leggera (quindi minori costi e inquinamento durante il trasporto), è riciclabile con più facilità rispetto al vetro, è più robusta, ha migliore tenuta alla luce, e, da quanto ho capito, ha da tempo annullato tutti i suoi problemi organolettici (grazie a rivestimenti della parete interna).

E’ quindi curiosamente “nuovo” annusare qualcosa di buono (anzi, annusare qualcosa: visto che di solito non si sente nulla) quando strappiamo la linguetta, e c’è una sottile perversione nel bere a canna direttamente dalla latta, gustando un prodotto decente, magari camminando per strada.

Il prodotto che Brewdog ha scelto per questo contenitore, facendone una via di mezzo fra un cavallo di Troia e un articolo portabandiera, è la Punk IPA, forse la birra che maggiormente ha contribuito a fare conoscere i nostri scozzesi nei primi anni di ribalta: colore giallo leggermente ambrato, schiuma di buona compattezza e di discreta durata, aroma abbastanza semplice ma intenso e gradevole, di vegetale e agrume. In bocca  carbonatazione non aggressiva, c’è freschezza con accenni resinosi e balsamici e un richiamo alla liquirizia.

Finisce con un buon amaro, lungo e persistente, ripulente; purtroppo, sarà l’impressione e non certo colpa della lattina, c’è qualche vago sentore metallico o di stantio, unico difetto rilevabile in una birra tutto sommato semplice ma gradevole. Una birra da 5,6%, fatta per il caldo e la sete, da tracannare a metà pomeriggio o anche con una bistecca, ma in generale da bere con semplicità, senza fare troppo i sofisti.

Certo, per garantire una shelf-life adeguata alla grande distribuzione di sicuro si ricorre alla microfiltrazione (e, qualcuno dice, anche alla pastorizzazione), che indubbiamente riduce fragranza e freschezza. Altrettanto sicuramente la ricetta è ben diversa da quella che caratterizzava le prime produzioni arrivate in Italia, che ricordo ben più violentemente amare… ma credo sia già un piccolo evento poter acquistare una birra del genere (come detto, saporita e molto gradevole) in un supermercato di provincia, a questo prezzo.

[Qui il post del 2011 sul blog di Brewdog: si parla delle lattine e c’è qualche immagine della linea di produzione]

Articoli correlati: