Birre USA all’Irish Pub

L’Irish di Genova Quinto è un pub storico del capoluogo ligure, uno dei primi che in tempi remoti (quando l’interesse per le birre di qualità era affare da “pionieri”), ha avuto in carta un numero considerevole di etichette di rilievo.

Da molto non frequentavo il locale, a causa di una serata abbastanza infelice: non tanto per il cibo, che all’Irish è sempre stato un po’ così (del resto trattasi appunto di “pub”, non certo di ristorante), ma soprattutto perché avevo trovato la selezione delle bottiglie abbastanza sguarnita e un paio di spine non proprio in forma, anzi…

Una serata a tema, incentrata sulle birre USA e condotta dal solito Kuaska (potenzialmente molto interessante, visto che in zona le produzioni birrarie indipendenti americane sono poco reperibili) mi ha dato modo di rimetterci piede.

Irish Birre USA

L’ambiente è sempre lo stesso, nel  bene e nel male: rustico e caldo, un bel pub, con tavolini troppo piccoli e panche per sedersi. Spine non male, una decina mi pare: ricordo un paio di tedesche, un paio di Brewdog,  una Brewfist, una Chimay. Colpevolmente, non ho consultato la carta delle bottiglie.

Tema della cena: birre e cibo USA, ecco i dettagli:
– Pancake alla birra con pancetta con “Morimoto Imperial Pils”, Rogue Ales, Newport (Oregon)
– Cheddar Soup con “Red Giant”,  Element Brewing Company, Millers Falls (Massachussets)
– Quaglia al forno con salsa agrodolce (panna, funghi e marmellata di ciliegie) con “Shakespeare Oatmeal Stout”, Rogue Ales, Newport (Oregon)
– Peanuts Butter Cake con “Bam Biere”, Jolly Pumpkin Artisan Ale, Dexter (Michigan)

Considerazioni: la qualità delle portate è sempre quella… direi che in questo senso l’Irish è un locale irrisolto, nasce come pub e immagino abbia competenze culinarie adeguate a quel ruolo; quando tenta qualcosa in più non riesce del tutto.
Nella fattispecie, i pancake erano freddi (per fortuna non la pancetta), la zuppa non male, le quaglie senza infamia e senza lode e la torta al burro di noccioline (come facilmente immaginabile) un mattone colossale.
Servizio da pub: non mi aspetto certo i fronzoli, e vanno bene tovagliette e tovaglioli di carta, ma mettere in tavola una bottiglia d’acqua e un cestino di pane nell’attesa di iniziare (soliti 30 minuti di ritardo, ormai mi sono rassegnato: vale ad ogni serata) mi sembrerebbe poca fatica, così come credo non sarebbe da rovina cambiare le posate con le portate…

Le birre:
Morimoto Imperial Pils: una “imperial pils”, e ti viene il nervoso solo a sentirla, una denominazione del genere. Persino la bottiglia in ceramica, affrescata con caratteri orientali è tanto fighetta da farti perdere la pazienza, poi però vedi gli ingredienti (100% malto pilsner, 100% luppolo Sterling, lievito cieco. Niente strambismi, finalmente!), la osservi, la assaggi e cambi idea.
Dorata, lievemente opalescente, schiuma un poco grossolana; naso ricchissimo di miele di acacia con accenni erbacei. In bocca, dati gli oltre 70 IBU, dovrebbe essere una delle bombe amare che tanto vanno di moda, invece il malto bilancia benissimo e la scia piacevolmente amara resta solo a fine sorso. Che gran connubio malto-luppolo!
Abbinamento strampalato ma funzionante: l’amaricatura robusta riesce a diluire la grassezza della pancetta calda e la dolcezza delle pancakes.

Shakespeare Oatmeal Stout. Birra contraddittoria, sia perché non mi pare troppo in linea con lo stile dichiarato (che vorrebbe una luppolatura più morbida rispetto a questi 69 IBU di Cascade e Perle), sia perché è tanto poco interessante al naso (non si sente quasi nulla, e mai si sospetterebbe l’uso del Cascade: bottiglia non recentissima?), quanto piacevole al palato: caffè, cioccolato e un tocco di affumicato e di salmastro; corpo piacevolmente leggero, si beve benissimo.

Red Giant: boh. Mi è scivolata via senza particolari impressioni. Birra per me molto anonima.

Bam Biere. Delusione della serata, data l’importanza del birrificio; forse anche stroncata da un abbinamento criminale, deciso dalla padrona del locale.
Fermentazione secondaria in botte, con lieviti selvaggi e si sente: lattico, terra, un filo di speziatura, legno. Naso dunque complesso, anche se non troppo fine (il legno la marca molto), pur parlando di birre acide. Il problema è in bocca: molto più semplice e tranquilla, limonosa e corta, troppo corta. La immagino bene per un aperitivo.

Serata interessante e prezzo corretto, considerando le birre non banali e il solito superlavoro di Kuaska.

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Bibenda 2013: il peso della conoscenza

Bibenda

Come tutti coloro che hanno versato il dovuto obolo ad AIS, in questi giorni ho ricevuto la mattonosa guida dei vini redatta dalla blasonata associazione.
Novità: il tomo non si intitola più “Duemila Vini”, ma “Bibenda” (tralascio per carità di patria, tutto lo spiegone sugli antefatti di questa decisione: altri lo hanno fatto prima di me) e a questo giro nelle 2048(!) pagine ci sono anche la segnalazione di 1659(!!) ristoranti. Prezzo al pubblico: 44 Euro.

Guida BibendaOra, non so bene da dove iniziare e come dirlo, infondo io resto un iscritto, ho fatto il corso (che sicuramente mi ha insegnato tanto), ho  preso il diplomino di rito e credo che, dietro lo spencer, alla base dell’AIS ci siano tante ottime persone (magari ai vertici non proprio tutti, ma insomma…), ma il punto è che questa guida è un grande, magniloquente, pomposo sforzo finito male.

E’ noto che AIS ha una attenzione quasi maniacale all’immagine (esempi: quando mi sono iscritto mi hanno fatto accettare il regolamento che impone come dovrei vestirmi nel caso svolgessi un servizio, e per ricevere il diploma c’era un dress-code così rigoroso che neppure ad una cerimonia di laurea di Oxford), poi però mette online un obbrobrio di sito in cui, per dirne una, non è possibile lasciare un commento ad un articolo; ha come mission quella di “valorizzare la cultura del vino” e poi, se da un lato elogia come  come “miglior programma di comunicazione del vino” la Prova del Cuoco della Antonellina nazionale, dall’altro, per penna di un editoriale del presidente di Bidenda Franco Ricci, se la prende con quei pelandroni degli eno-blogger.
Possiamo dire che l’Associazione sembra dibattersi tra due anime, una paludata e una che vorrebbe agganciarsi al treno dei tempi; peccato spesso vinca la prima, che tende ad assomigliare ad un vecchio hotel di lusso tutto boiserie, ormai un poco fané.

Ovviamente la guida rispecchia quanto sopra: c’è la copertina rigida cartonata di colore sfarzoso e la carta di buona qualità, ci sono le schede a colori, la sezione introduttiva con un divulgativo ben fatto sul metodo di degustazione del vino e su quello Mercadini di abbinamento con il cibo, ci sono gli utili elenchi delle DOC, delle DOCG, dei prodotti DOP e IGP, ma in cambio ti becchi anche la imprescindibile, poetica introduzione del Ricci che non perde occasione per polemizzare con “certi tromboni che sull’altare del puro e pulito, inventano un vino migliore confondendo una bio vigna con la cantina ” e per dichiarare che il suo sogno “è la scomparsa delle denominazioni di origine”

Ricci a parte, il problema è il core-business della guida: francamente non ci si capacita di come si possa, ormai ad un passo dall’approssimarsi del catastrofico 21 Dicembre Maya, non appisolarsi alla lettura della decima scheda in cui si snocciolano i canonici descrittori psichedelici (un tipico esempio a pag. 281: “… fresche note di fiori di montagna, artemisia, achillea, genziana, poi fragoline ed eleganti note speziate”), accompagnati dalla usuale iconografia grappolesca; forse è per prevenire l’abbiocco che in chiusura di ogni vino recensito viene piazzato il colpo da maestro del perfetto sommelier: l’abbinamento consigliato sotto forma di perentorio ditkat  (esempio, apro a caso: pag. 285, scopriamo che il Langhe rosso di Roddolo si abbina con “Lepre al civet”. Punto. Pag. 1038: il Nectar Dei di Nittardi deve sposare “petti di pollastra allo Chambertin”. Punto e a capo. Pag. 1289: un Lacrima di Morro Mancinelli chiede “polpettone farcito”, chissà farcito di che cosa… e via sentenziando).

Surreale la scheda dedicata a Gravner: “… a chiusura della guida 2013 ci siamo accorti che dalla azienda Gravner non ci sono arrivati i campioni dell’annata 2006 … siamo saliti fino ad Oslavia, camminato insieme a lui nelle sue vigne…”.
Oltretutto i vini di Gravner sono gli unici (almeno, credo: ho sfogliato il volume ma non voglio millantare di aver letto tutto) ad essere chissà perché svincolati dall’apodittico aforisma sull’abbinamento.

Gran finale con le “recensioni” dei ristoranti: 1659 verdetti da due-righe-due ciascuno, ovviamente tutti entusiasti, visto che i locali elencati variano in punteggio da 5 Baci (“Luoghi dell’eccellenza”) a un Bacio (“Ristorazione da provare per la finezza e l’attenzione alle tradizioni”)

Giudizio critico sintetico finale: che senso ha un librone del genere?

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St. Peter’s India Pale Ale, o dell’ordinario birrario

Mi capita raramente di assaggiare birre di St. Peters Brewery, e tutte le volte ho l’impressione che manchi sempre un centesimo per fare una lira.

Mi spiego: come fai a non pensare bene di questo birrificio inglese del Suffolk, che in tempi non sospetti ha contribuito a preservare la leggenda delle real ales con prodotti di buon livello, rigorosamente rispettosi della tradizione?
Come fai a non provare simpatia per un produttore che non si lascia invischiare nelle solite mode delle birre one-shot, delle collaborazioni, delle birre “famolostrano” (quelle che Kuaska chiama “birre Disneyland”)?
E poi la bottiglia è elegante e il formato da 50cl a me piace molto…

Quindi tutto a posto? No, purtroppo, perché appunto ogni volta che mi capita una St. Peter’s per le mani non sono mai convinto fino in fondo.
Ieri sera ho preso una bottiglia di India Pale Ale (in un pub, pagata 5 Euro) e l’ho trovata poco felice: colore ambrato leggermente spento, schiuma non abbondante e abbastanza evanescente e grossolana.

Naso a posto: biscotto e un bel luppolo inglese discretamente presente ed elegante, almeno rispetto a certe bombe resinose che vanno oggi per la maggiore.

I problemi maggiori sono in bocca: carbonica lieve, corpo medio e deciso sentore di frutta secca (noce, nocciola), biscotto, caramello, che in qualche modo mal si amalgama con un amaro poco pervenuto e con una lieve dolcezza burrosa.
In sostanza: due o tre sorsi possono andare, ma finire la bottiglia è pesante, e questo non è certo un complimento per un prodotto che credo vorrebbe appartenere alla categoria delle “session beer”.

Viene persino il dubbio che si tratti di una bottiglia poco felice, magari rimasta da tempo sullo scaffale, visto che il pub in cui la ho consumata non è certo luogo di particolare smercio per le particolarità birrarie.

Boh, riproveremo.

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Slow Wine Torino: gli assaggi

Torno brevemente a parlare di Slow Wine per lasciare qualche accenno sugli assaggi.

Come detto in precedenza, queste manifestazioni con centinaia di prodotti, molti tra i quali blasonatissimi e di gran nome, sono certamente interessanti ma ricadono in quella categoria che io chiamo “drink-porn”: assaggi una catasta di roba (ovvio, hai pagato e “puoi fare tutto”), ma non c’è sentimento: come fai ad immedesimarti in un vino, a decidere se sarà piacevolmente accompagnato da un cibo e da quale cibo, se si tratta di una bottiglia che gradiresti avere a tavola con gli amici o da solo in una serata speciale o quotidiana… insomma, come fai a capire tutte queste cose semplicemente con una sorsata e uno sputo?

Detto questo, il drink-porn ha il suo innegabile fascino: ti levi la voglia di provare vini che non potrai mai (o quasi) permetterti e poi curiosare bottiglie che non trovi dalle tue parti; quindi andiamo a incominciare, avvertendo che trascriverò solo le note dei prodotti che più mi hanno colpito, in positivo o negativo e che lascerò solo qualche accenno (niente descrittori psichedelici o fiumi di parole: se lo trovo spesso eccessivo nel caso di degustazioni ragionate, figurarsi in queste occasioni da una botta e via).

Appena arrivato, molti dei vini sono caldi (una roba da vergogna per una presentazione di questo tipo), quindi devo stravolgere il percorso che avevo previsto, vagando con poca logica per almeno i primi trenta minuti.

Grande Radikonlo Slatnik 2010 ha uno spettro olfattivo di ottima complessità ed eleganza, mentre la Ribolla Gialla 2004 è un vero monumento di sapidità, mineralità e speziatura. Grandissimo vino.

Di Trentino e Alto Adige scelgo Cantina Terlano: mi impressiona la potenza e la struttura dello Chardonnay 1999.
Resto perplesso invece con il Filii di Pojer & Sandri, che mi viene presentato come un tentativo italiano di avvicinarsi a certi riesling della Mosella (bassa gradazione, freschezza e profumi): non mi convince per la risicatezza del corpo e per la eccessiva semplicità

Ferrari: pazzesco il Trento Brut Giulio Ferrari Riserva del Fondatore. In carta era scritto 2002, ma mi pare di ricordare che in realtà fosse presente il 2005. Poco importa: uno spumante che non avevo mai assaggiato è che ha davvero cambiato il modo in cui guardo  questa cantina: bolla delicatissima e cremosa, complessità e finezza olfattiva (pasticceria, floreale), corpo ben presente ma per nulla pesante.

Il problema è proprio Ferrari: dopo il Giulio ho fatto il giro dei Franciacorta (i vari blasonatissimi Cavalleri, Cà del Bosco, Bellavista), che, pur nella loro piacevolezza, sono sembrati letteralmente sbiaditi nel confronto.

Chiudo i bianchi con un grande vino: il Trebbiano d’Abruzzo 2007 di Valentini: potente e complesso, con meravigliosi accenni di idrocarburo.

Per i rossi mi piace ricordare il Primitivo di Manduria Es 2010 di Gianfranco Fino, molto discusso in questi ultimi due anni e che non avevo mai assaggiato. Mi ha colpito come un vinone da 16,5 gradi (!), bellissimo da vedersi, possa restare fine, facilmente bevibile e continuare a rivelare ampiezza di sentori.

Passo in Sicilia, e ritrovo il miracolo di Arianna Occhipinti: il suo Frappato 2010 è il rosso dalla bevuta più coinvolgente che io conosca, e pensare che un vino così sfaccettato e delicato provenga dal caldo sud, lo rende ancora più intrigante.

 

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Nosiola 2009, Cantina Rauten

[Disclaimer: bottiglia gentilmente omaggiata da Avionblu nell’ambito della iniziativa “15 recensioni in cerca di autore”. Il prezzo si aggira attorno ai 16 Euro]


Nosiola RautenIl Trentino Alto Adige è la terra di molti dei vini italiani che preferisco: vini del nord, quindi freschi, facilmente bevibili senza essere banali e, vivaddio, spesso acquistabili ad un prezzo umanamente sostenibile.

Il paesaggio spazia dalla Piana Rotaliana, immensa pianura coltivata a pergola trentina che si estende a perdita d’occhio fino alle alture che la proteggono, per arrivare a zone più impervie nelle quali la coltivazione dell’uva diventa un fatto eroico.
Le numerose vallate, il gran numero di corsi d’acqua e di laghi, la forte escursione termica giorno-notte, l’azione mitigatrice dei venti (l’“ora del Garda”) e in generale la ricchezza della natura, oltre e favorire la aromaticità del frutto, suggeriscono un preconcetto favorevole nei moderni amanti del vino, che cercano non solo un prodotto piacevole ma anche contatto con il territorio e rispetto dell’ambiente.

In questo scenario ideale, costellato da un numero considerevole di produttori di notevole diversità (da colossi come Ferrari alle cantine sociali, passando per numerosi piccoli produttori, quasi tutti accomunati da grande rigore nella ricerca della qualità), nella tradizionalmente vocata valle del Sarca cresce la Nosiola della azienda Rauten: un vino prodotto in pochissime bottiglie da agricoltura biologica.

Alla vista si presenta di colore paglierino caldo, mentre l’olfattivo è delicato di floreale e di fieno, con un tocco minerale.
Secco, fresco e lievemente sapido, ha struttura e complessità notevoli, immagino dovute alla macerazione di una settimana sulle bucce, alla lunga permanenza sui lieviti in botte di acacia e all’anno e mezzo di affinamento in bottiglia.
Estremamente bevibile nonostante i 13 grandi, chiude con un finale gentile di nocciola, coerentemente alla denominazione del vitigno.

Un vino elegante, di buona complessità e piacevolezza, che io ho accompagnato con successo ad una torta di verdura, ma che ritengo adatto anche a carni bianche, primi piatti leggeri, pesce.

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Slow Wine 2012

Slow WineContinuo a pensare che le guide in genere e quelle dei vini in particolare servano a poco e che i punteggi siano una mostruosità che sfiora il ridicolo; nonostante questo per il secondo anno consecutivo mi sono sciroppato due ore di trasferta in auto per assistere alla presentazione della guida che più rientra nei miei canoni di leggibilità: Slow Wine.

Ora, siccome il mio approccio eretico al mondo del vino prevede che le bottiglie si aprano a tavola e si scolino con accanto forchetta e coltello e non taccuino e penna (o peggio smartphone), trovo che la degustazione seriale con la quale ci si approccia a queste occasioni sia moralmente ed esteticamente paragonabile all’ascolto dei dischi o alla visione dei film al tempo di youtube (cerchi qualsiasi cosa, trovi qualsiasi cosa, inizi a fruirne e se gradisci nei primi 10 secondi tutto bene, altrimenti via con la prossima ricerca), quindi un abominio.

Detto quanto sopra, i provinciali come me che non hanno frequentemente grandi occasioni di assaggio, difficilmente resistono alla tentazione di calarsi in un giardino dei balocchi di “1000 etichette, 600 cantine“, dunque, si parte sfidando il nevischio autostradale e lo sguardo severo di Carlin Petrini, ché sul sito l’organizzazione chiede di arrivare in bici, con i mezzi pubblici o con il “Road Sharing”; purtroppo la distanza, Tenitalia e l’indole personale spazzano via le tre opzioni nell’ordine.

Slow WineLa degustazione inizia alle 15 e ho la mattinata per girare in un Salone del Gusto non ancora strabordevole di visitatori; in particolare ho la possibilità di “fare fondo” col cibo in previsione della tempesta alcolica del pomeriggio.
Si potrebbero scrivere righe gustose (ma non è il caso) sulla fenomenologia dei vari visitatori del Salone (me compreso), che svariano senza soluzione di continuità dagli scofanatori abbruttiti di qualsiasi cosa abbia vaghe sembianze edibili (e tutte sono, rigorosamente “buonissime, senti qui!”), ai fighetti che conoscono tutti i formaggi della Slovenia e ne discettano con competenza facendo le pulci al produttore.

L’ubicazione del Rito è descritta come la “scenografica Rampa Nord del Lingotto”; scopro, chiedendo, che occorre uscire dal Salone del Gusto e camminare a casaccio lungo il perimetro del gigantesco complesso, poi, da qualche parte (dove?) rientrare. Dopo essermi perso richiedo, e stavolta mi dicono di salire al primo piano, attraversare il centro commerciale interno al Lingotto e poi scendere. Poco prima di chiamare la protezione civile mi sono fortunatamente scontrato con una carovana di altri dispersi adoratori di Bacco: assieme ci siamo fatti forza e abbiamo raggiunto il campo base. Prima nota per l’Organizzazione del prossimo anno: mettere qualche cartello e spiegare agli inservienti dove è la degustazione potrebbe essere una opzione non sgradevole.

All’ingresso, nuovo piccolo disagio: io, come molti altri, ho acquistato il biglietto via internet proprio per evitare le code, ma se tu, Organizzazione, vuoi che TUTTI (sia coloro che hanno pagato, sia quelli che devono ancora pagare) debbano stare nella stessa fila perché TUTTI devono ricevere un bigliettino che TUTTI consegneranno 10 centimetri più a lato per poter ricevere il classico bicchiere, è chiaro che il vantaggio di avere pagato una settimana prima è quantomeno discutibile. Se poi c’è una sola macchinetta che stampa il bigliettino in questione, e se si inceppa, e se i ragazzi addetti non hanno idea di come estrarre e rimettere il nastro, mi sovviene una altra annotazione geniale per l’Organizzazione: due file distinte, due macchinette (e magari una di backup) e un minimo di istruzione agli addetti.

Slow WineFinalmente entro, e scopro che la scenografica Rampa di cui sopra è, effettivamente, una rampa concentrica che si snoda dal piano terreno fino alla sommità del complesso, e ad ogni piano sono ospitate diverse regioni.
Lasciando perdere il fatto che le regioni presenti ad ogni piano sono segnalate con un pittoresco cartoncino vergato con penna a punta fine, e tralasciando che non mi è stata fornita neppure una piantina con gli espositori (che però immagino esistesse, perlomeno mi pare di averlo sbirciata nelle mani di pochi fortunati), resta che questa distribuzione logistica costringe gli eccentrici che volessero organizzare la propria visita secondo la sequenza spumanti-bianchi-rossi-dolci ad un saliscendi abbastanza estenuante.
Quindi, altre note per l’Organizzazione: ad una mostra il cui ingresso costa 50 euro mi piacerebbe non si dimenticassero di fornirmi una mappa e che i cartelli fossero leggibili; se poi si riuscisse ad avere tutti i produttori alla stessa quota altimetrica, sarebbe il massimo.

Slow WineInizio il giro dei produttori e scopro che tutti i vini spumanti e bianchi sono caldi: pare siano stati messi in fresco da solo 30 minuti; ne consegue l’ennesima nota per gli Organizzatori: ricordare il noto teorema che dice che una bottiglia immersa nel ghiaccio non scende alla temperatura desiderata nel volgere di un desiderio.

Dopo svariate discese ardite e risalite della Scenografica Rampa, trovo modo di scomodare ancora una volta l’Organizzazione: molti banchi avevano una sputacchiera in comune per più produttori, per di più piuttosto piccola. In una manifestazione così affollata la cosa può rivelarsi particolarmente spiacevole, e non vado oltre.
Ultima raccomandazione: verso le 17.30 le bottiglie d’acqua fornite per sciacquare bicchieri e bocca erano terminate in molti banchetti; credo che si potessero coprire le spese di qualche cartone di minerale aggiuntiva…

Commento finale sulla manifestazione: la scelta del Lingotto è felice (facile da raggiungere con i vari mezzi e ben dotato di parcheggio), ovviamente la selezione di vini è clamorosa, c’è ricca offerta di grissini e parmigiano per asciugare lo stomaco, nonostante la folla gli spazi sono vivibili e il personale FISAR è molto cortese; di contro, capisco che il punto di forza di questo evento siano la qualità e la quantità dei vini, ma una rassegna di questo tipo e il relativo costo di ingresso devono poi godere di una pianificazione di pari livello: lo scorso anno a Milano il tutto mi era sembrata decisamente meglio organizzato.
Vedremo il prossimo anno, tanto sono sicuro di ricascarci.

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Retsina Ritinitis Nobilis

[Disclaimer: bottiglia gentilmente omaggiata da Avionblu nell’ambito della iniziativa “15 recensioni in cerca di autore”. Il prezzo si aggira attorno ai 15 Euro]

Parli di Retsina e a molti viene in mente un bianco greco poco importante che deve la sua particolare fama ad un esagerato aroma di resina; in realtà si parla di storia dell’enologia: 2000 anni fa ad Atene la resina di “Pinus Halepensis” veniva usata come sigillo per preservare dall’ossigeno il vino nelle anfore, caratterizzando di conseguenza l’aromaticità del prodotto. Passati i secoli, la resina viene semplicemente aggiunta al mosto d’uva durante la fermentazione.

retsinaLa commercializzazione di un vino dozzinale è proprio il contrario di quello che si prefigge il produttore di questo “ritinitis nobilis“, che già dalla bottiglia elegante palesa l’ambizione di riposizionare la tipologia in ambito qualitativo più elevato.
La chiusura a vite garantisce l’assenza di aromi indesiderati, e l’etichetta dichiara l’utilizzo di uve selezionate (varietà Roditis, raccolta a Corinto), di processi produttivi allo stato dell’arte e di una aggiunta di resina attentamente bilanciata.

Il vino si presenta cristallino, giallo paglierino-verdolino e abbastanza consistente; il naso è intenso, dominato dalla resina e dal suo distintivo sentore mentolato-balsamco, quasi di eucalypto.
In bocca la sensazione resinosa è ancora sensibile ma fortunatamente meno marcata; il calore risulta poco percettibile (12 gradi supportati da un corpo discretamente presente); queste caratteristiche, unite alla particolare aromaticità e ad una acidità spiccata, quasi citrina, donano estrema freschezza all’assaggio.
Al retro-olfattivo torna la resina, con una chiusura leggermente mandorlata non particolarmente lunga.

In conclusione, un vino che suscita curiosità sia per l’afflato storico che per la provenienza e la metodologia produttiva inusuale. Sicuramente non un vino quotidiano o un Grande Vino, ma un prodotto di personalità, diverso da quanto siamo soliti assaggiare e nel quale può essere divertente immergersi per una piccola esplorazione storico-sensoriale, magari accompagnati da fritture o da piatti con una buona speziatura, o persino da portate di pesce arricchito di erbe aromatiche.

 

 

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Karlsmühle Lorenzhofer Mauerchen Riesling Kabinett 2007

Ancora vini del nord, ancora riesling: il produttore è Karlsmühle e siamo a Mertesdorf, lungo il fiume Ruwer (Mosella) e i vigneto di provenienza è Lorenzhof.
Si tratta di un kabinett tradizionale, quindi siamo alla base della piramide di qualità dei Qmp  (Qualitätswein mit Prädikat) e c’è residuo zuccherino.
Karlsmühle L’aspetto è tipicamente nordico, cristallino, dorato scarico.
Il naso è intenso, molto minerale e con una nettissima albicocca disidratata, poi miele; lasciandolo scaldare leggermente nel bicchiere, il profumo si esalta fino a diventare quasi inebriante, restando comunque  elegante e fine.
Al palato il residuo zuccherino è sensibile ma non stucchevole grazie alla notevole acidità. Si averte un lievissimo residuo carbonico;. freschissimo e sapido. Tornano nettamente in evidenza l’albicocca secca e il miele, e si aggiunge la pesca.
Piacevolmente semplice da bere e di bassa gradazione (9 gradi), l’unico difetto è una lieve carenza di corpo  e il finale non lunghissimo, anche se di discreta persistenza.
Abbinamento classicamente scontato (e difficile, per i non amanti della tipologia dei riesling tradizionali): salmone e gamberi, oppure come aperitivo.

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Varie espressioni del Sangiovese

Conosco poco di ONAV ma sono iscritto alla newsletter della delegazione di Genova, che mi pare organizzi con discreta frequenza degli eventi interessanti; l’ultima mail proponeva un incontro a tema “Il San Giovese in varie sue espressioni” e il 3 Ottobre ho deciso di andare a vedere di cosa si trattava.

Intanto complimenti per l’organizzazione: l’evento si è tenuto in un salone in peno centro città, facilmente accessibile sia con l’auto che con il treno, spazioso e comodo nonostante la nutrita presenza di appassionati e con un sistema video e audio dignitosi. Sembra poco ma non è così scontato.
Non ultimo, il prezzo abbordabile (15 euro i non soci, 10 i soci).

L’incontro era in realtà una passerella di alcuni prodotti della azienda Tenimenti Angelini, produttore di dimensioni ragguardevoli, con tenute che si estendono in varie parti d’Italia; la conduzione è stata affidata ad un responsabile commerciale (Dino Torrione), oltre che ad un enologo “super partes” (Marco Quaini, che, per la cronaca, a suo tempo fu il mio docente alle prime due lezioni del corso AIS).

Abbiamo dapprima ascoltato una breve presentazione della azienda (che dichiara di affidare la fermentazione ai soli lieviti autoctoni, di controllare le temperature, di ricorrere a botti di media dimensione, riservando le barrique solo a certi cru, e di evitare la filtrazione), poi l’introduzione ad alcune declinazioni del sangiovese a seconda del differente territorio (Siena, Montalcino e Montepulciano), e infine la degustazione guidata.

Un breve riepilogo delle principali denominazioni provenienti dai terroir in questione

DOC
DOCG
Siena
 
Chianti Classico (80% sangiovese)
Montalcino
Rosso (100% sangiovese grosso) Sant Antimo
Brunello (100% sangiovese grosso. Invecchiamento 5 anni – 6 per la riserva)
Montepulciano
Rosso (70% sangiovese prugnolo gentile)
Nobile (70% sangiovese prugnolo gentile)

Le impressioni di assaggio:

1- Rosso di Montalcino Val di Suga 2010 (il prezzo in enoteca dovrebbe aggirarsi attorno ai 10/12 euro)
Rubino limpido, scarico con qualche riflesso granata, buona consistenza.
Al naso frutta rossa matura e spirito (ciliege, amarene, prugne) e leggera speziatura.
All’assaggio è decisamente caldo e materico; discrete acidità e tannicità; sicuramente morbido e con una certa persistenza.
Piacevole, ma senza nulla di particolare per farsi ricordare.

2- Nobile di Montepulciano Tre rose 2009 (prezzo sui 12-15 euro)
Rubino limpido, scarico con accenno granata; più vivo al colore e forse meno consistente rispetto al vino precedente.
Secondo me l’olfattivo è lievemente meno intenso e più fine del precedente, più votato al floreale, mentre opinione esattamente opposta è stata espressa  da chi conduceva la degustazione.
In bocca è caldo, morbido, abbastanza tannico, intenso e abbastanza persistente. Mi è parso meno fresco del precedente.

3- Chianti Classico San Leonino 2008 (prezzo sui 12-15 euro)
Rubino carico, più denso e consistente dei precedenti.
Olfattivo abbastanza intenso, non particolarmente complesso: frutta rossa non troppo matura, e un curioso tocco aranciato.
Al gusto mi è parso leggermente meno caldo e morbido rispetto agli altri vini, e con una acidità lievemente più presente. Il tannino è sempre dolce, rotondo.

4- Chianti Classico Riserva Mosenese 2007 (prezzo sui 20-25 euro)
Rubino vivace e quasi impenetrabile, consistente.
Naso intenso e di una certa complessità: si iniziano a sentire accenni di tabacco e spezie.
In bocca è potente, di gran corpo e di buona lunghezza. Tannino morbido.

5- Brunello di Montalcino Val di Suga 2007 (prezzo sui 20-25 euro)
Rubino non troppo carico, riflessi aranciati. Abbastanza consistente.
Olfatto floreale (viola) e di frutta rossa matura ma non troppo. Spezie dolci.
Al gusto è caldo, morbido, rotondo, con un tannino dolce. Non troppo fresco.

La mia personalissima conclusione è che si tratta di vini ben fatti, corretti, senza sbavature, con prezzi corretti e pronti da bere fin da subito anche nelle denominazioni che teoricamente necessiterebbero di maggiore attesa.
Di contro ho riscontrato un costante calore e lieve mancanza di acidità: insomma, in generale si tratta di “vinoni”, piacevoli all’assaggio, ma temo poi difficili da bere in quantità, se non in accompagnamento a robusti piatti di cucina non certo quotidiana.

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Kerpen Wehlener Sonnenuhr Riesling Spatlese 2007 Trocken

Andiamo per ordine, che con i vini stranieri non sempre è tutto facile, e in Germania il casino si moltiplica.
Dunque, il vitigno è riesling e il produttore è Kerpen. Siamo a Wehlen, nella regione tedesca della Mosella, una delle più vocate per questa tipologia di vini. Fino qui è tutto facile.
Wehlener Sonnenuhr è il vigneto, classificato Erste Lage (che sarebbe a dire di prima categoria), comunque per questi termini e per quanto riguarda Spatlese e Trocken vi rimando ad un altro post informativo che conto di scrivere a breve.


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KerpenL’annata assaggiata è il 2007, dunque, parlando di riesling, si tratta di un prodotto ancora giovane: si dice che questi vini partano semplici e fruttati in gioventù per dare il massimo dopo un paio di lustri, arricchendosi di complessità (il mitico sentore di idrocarburo).
Il tappo è in vetro e ne sono contento: inizio a nutrire molte riserve sull’uso del sughero a tutti i costo;conto di scrivere qualcosa a proposito.
La bottiglia in questione si è rivelata leggermente spiazzante.
Vino limpido, di colore giallo paglierino molto vivo con riflessi dorati, abbastanza consistente. Il naso è abbastanza intenso e complesso, di discreta finezza e rivela miele, fiori bianchi, pesca bianca, agrumi, the, gesso, un timido accenno di idrocarburo.
Buone freschezza e sapidità, persistenza non banale.
In bocca entra leggermente dolce, con accenno di succo di mela, poi è subito secco.
Peccato il finale leggermente amaro, di mandorla, che ne sciupa lievemente la pulizia e la finezza.
In generale il vino è un pochino troppo grasso, e, stranamente, non sembra avere grande potenziale evolutivo. La sensazione di squilibrio forse deriva anche dal alcol, fuori scala per un tedesco (di solito tra 7 e 11), e i 13 gradi si sentono troppo.

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