Germany reduced: la classificazione tedesca per tutti (reprised)

Colgo l’occasione dell’ultimo post dedicato ad un riesling della Mosella per una piccola aggiunta alla classificazione ai vini tedeschi che avevo redatto a suo tempo.
Oltre alle classiche definizioni Spatlese, Auslese ecc. (classificazione creata nel 1971 e basata sul grado di maturazione dell’uva al momento della vendemmia), nel 2012 è stata introdotta la classificazione VDP (Verband Deutscher Prädikatsweingüter), che distingue i vini in un sistema matriciale.
La VDP è una associazione privata cui fanno capo circa 200 coltivatori (quindi non comporta obblighi legislativi) e il suo simbolo, stampato sulla capsula delle bottiglie, è l’aquila che porta un grappolo d’uva.

Su di un asse della matrice si trovano quattro livelli di qualità del vino (Gutswein, Ortswein, Erste Lage, Grosse Lage) organizzati in stile Borgognone, quindi sulla base di criteri territoriali-qualitativi, che specificano territorio, vitigno, resa massima, procedura di vendemmia e produzione.

Alla base della piramide VDP ci sono i Gutswein: vini provenienti da vigneti di proprietà e conformi ai requisiti VDP (simili ai Bourgogne Regional).

Poi gli Ortswein: vini che provengono dai migliori vigneti di una specifica zona vinicola (comune), con basse rese, al massimo 75 hl per ettaro (simili ai Bourgogne Village).

A salire gli Erste Lage: vini da vigneti storicamente eccezionali, rese molto limitate (max 60 hl per ettaro), e vitigni ammessi in base alle tradizioni locali (simili ai Bourgogne Premier Cru).

Il vertice è dei Grosse Lage: vini da specifiche parcelle eccezionali, con resa massima di 50 hl per ettaro e restrizioni sui vitigni (simili ai Bourgogne Grand Cru).
Nel caso dei Grosse Lage (e solo in questo caso, mai per i Gutswein, gli Ortswein e gli Erste Lage), in etichetta si usa solo il nome del vigneto e non quello del comune.
I vini secchi di categoria Erste Lage sono denominati Grosse Gewachs (GG) e sono etichettati come Trocken GG.

Sull’altro asse della matrice si trova il livello di dolcezza del vino (Trocken, Kabinett, Spaetlese, Auslese, Beerenauslese, Trockenbeerenauslese, Eiswein).
Ma attenzione: con la classificazione VDP, le diciture Kabinett, Spaetlese e Auslese non sono più relative al grado zuccherino al momento della vendemmia ma all’atto del vino fatto e finito e l’uso dei Pradikats Kabinett, Spaetlese e Auslese è riservato ai soli vini dolci, mentre tutti i vini secchi sono identificati dalla dicitura Trocken.
In questo modo non è più possibile, come con la classificazione tradizionale, trovarsi di fronte ad esempio a due bottiglie di Spaetlese, uno dolce e ad uno secco.

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Rivella, Langa d’antan

Come fai a non innamorarti dei vini di Teobaldo Rivella?
Sarà per quel nome di battesimo d’antan (che fa pari con quello impresso nella ragione sociale: “Serafino”), oppure per la calda e semplice accoglienza che ti riserva con la sorridente moglie Maria? O magari per il discorrere gentile ma schietto, lontano dal consueto birignao stipato di parole d’ordine di moda nell’eno-mondo?
Forse per tutti questi motivi e di sicuro per molti altri ancora, ma ridurre il gradimento ad una generica empatia per il produttore sarebbe ingiusto nei confronti dei prodotti della manualità e dell’ingegno di questo vignaiolo: i suoi Barbaresco Montestefano e Dolcetto.

Per ordine: dopo aver bevuto uno strepitoso Montestefano 2004 è arrivato il momento di far visita al signor Rivella: quale migliore occasione di andar per Langa di un torrido weekend di fine luglio, quando la mancanza di precipitazioni e le temperature africane stanno lasciando a secco mezza Italia e gli spostamenti automobilistici si trasformano in perenne ingorgo a passo d’uomo?

Tutto passa quando sali sulla collina che porta al Montestefano, una conca ripida, stipata di filari, su cui argine sorge la villetta dei Rivella, annunciato da una sobria targa di riconoscimento; neppure il tempo di trovare il campanello che il signor Teobaldo esce di casa e viene a salutare.

Ho già espresso i miei sentimenti sulle visite in cantina, spesso di una noia imbarazzante: del resto chi può sinceramente appassionarsi alla vista di una linea di imbottigliamento o ad una catasta di cartoni da sei bottiglie?
E del resto non sono tipo da illuminazioni mistiche al cospetto del produttore del vino del cuore: non amo i miti e considero le persone come tali, lavoratori che svolgono più o meno bene una professione e non guru cui abbeverarmi di saggezza. Se a questo si aggiunge che mi ammorbano mortalmente le discussioni su lieviti selezionati, dimensione delle botti e terroirismi vari, si capisce come forse farei meglio a starmene a casa invece di macinar chilometri per incontrare un vignaiolo.

Ci sono però dei casi in cui la visita si rivela piacevole e contribuisce al gradimento e all’approfondimento di un prodotto, ed è facile intuire che questo è stato uno di quelli.
Non serve mica niente di speciale, solo un uomo che ha voglia di sedersi a tavola con te e parlare e sorridere mentre si bevono assieme due bicchieri di vino, che sarebbe poi il motivo per qui questo liquido lo abbiamo inventato.
Certo, è utile se la persona in questione ha qualcosa da raccontare, oltre che le sterili questioni tecniche sulla annata siccitosa, i circa trenta giorni di macerazione sulle bucce del prodotto di punta, le vigne di cinquanta anni o (finalmente qualcuno che lo dice) l’importanza del fattore umano, dicesi “manico”, nell’equazione del terroir.

Quel qualcosa da raccontare, nel mio caso, è stato l’aggancio ideale con un altro di questi vignaioli a misura di visitatore, quel Flavio Roddolo di cui ho già avuto modo di raccontare. L’elemento che mi ha portato ad accostare due personaggi a prima vista diversi (uno nella zona del Barolo, barbuto e un po’ trasandato, solitario e a prima vista burbero, l’altro a Barbaresco, abbronzato e in forma, sposato e affabile) è il rapporto con il mondo esterno.
Entrambi non hanno un sito e neppure una mail, Teobaldo addirittura mi conferma che alcuni distributori stranieri tengono un fax solo per lui; per tutti e due si capisce che fare il contadino e seguire certi ritmi più che un lavoro è una esigenza di vita: quando chiedo a Rivella se negli anni ha auto la possibilità di espandersi oltre a suoi due ettari, mi risponde che occasioni ne ha avute eccome, ma che a lui piace curare tutto in prima persona e avere i sui tempi piuttosto che arricchirsi. Non manca una frecciata ad colleghi della zona che hanno fatto altre scelte, definite legittime, ma che che non possono più dirsi “artigiani”.

Proseguiamo scambiando qualche opinione sui ristoranti della zona (per la cronaca, mi raccomanda La Coccinella, Battaglino e L’antica Torre), sui vini francesi (ottimi ma cari, e i vini di Langa sono destinati a seguire lo stesso percorso) mentre finiamo i bicchieri.
Il Dolcetto (tipologia che frequento poco) mi sembra uno dei migliori mai bevuti: leggermente speziato, non aggressivo tannicamente e con un finale che nel giro di un paio di anni, quando raggiunge il suo apice gustativo, sfodera un finale gradevolmente mandorlato.
Il Barbaresco ha semplicemente un rapporto qualità-prezzo favoloso, ma è un ottimo vino tout-court, anche lasciando da parte la questione economica: nonostante la riottosità e l’irruenza del nebbiolo, già all’uscita sul mercato è gradevole perché amalgamato e non scomposto, se poi si ha la pazienza di attenderlo una decina di anni come ad esempio il 2004 di cui si diceva in apertura, si beve una bottiglia di vigore ma setosa, con tutte le sfaccettature del caso, dalla violetta al sottobosco.

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Caffè La Crepa, Isola Dovarese

Certo che al Caffè La Crepa non ci capiti per caso: per quanto mi riguarda ci sono voluti circa 25 minuti di auto, partendo da un hotel di Cremona e viaggiando lungo uno stradone Provinciale, diritto come la lama di un coltello che affonda la Pianura Padana nel buio più totale.

Essendo, come chi scrive, almeno un po’ attratti da certe atmosfere lievemente crepuscolari, si potrebbe persino essere affascinati quando si giunge ad Isola Dovarese: è freddo, c’è una pioggerellina leggera frammista alla nebbia appena accennata e si parcheggia dove si vuole in una ampia piazza di paese letteralmente deserta e illuminata in maniera piuttosto fioca. Non un rumore, neppure un cane.

E’ proprio su questa bella piazza porticata, da provincia antica, che si affaccia il palazzo del XV secolo che ospita al suo interno il Caffè La Crepa, la trattoria della famiglia Malinverno.
Se fuori il tempo sembra essersi fermato, lo stesso accade entrando nel locale, accolti da un grande bancone da bar sovrastato dal classico specchio inclinato, poi, sulla destra, una sala arredata con divanetti e sedie con velluti e una caratteristica stufa in maiolica. Io sono capitato in una serata in cui l’illuminazione era esclusivamente a lume di candela: benvenuti negli anni ’20!

Ok, ma il cibo? Non si cerchi qui il birignao di certi stellati: certo, c’è la piccola polpetta servita in guisa di amuse bouche, ma poi si parte con un menu a forte connotazione gastronomica locale declinato in forma canonica di antipasto, primo, secondo e dolce, con porzioni casalinghe che non occhieggiano alla litania del menu degustazione dalle millemila micro-portate.
Da queste parti non può mancare la classica entrée di salumi, tutti di gran livello, in questo caso serviti con una fetta di frittata e un contorno di giardiniera.
A seguire: gustosissimo il ripieno dei marubini in brodo, piacevole ma un filo troppo asciutto il riso alla pilota con salsiccia d’oca e finocchietto; pazzesco il cotechino, così morbido che si scioglie in bocca e in qualche modo riesce persino a non sembrare grasso… Chi lo ha assaggiato mi dice buone cose anche del dolce; ottimo il pane, che immagino maison (ma non ho chiesto).

Molto ben curata la carta dei vini, ovviamente non enciclopedica ma ricca di etichette “giuste” con un ricarico corretto, peccato non sia forse aggiornatissima, visto che una bottiglia scelta non era poi presente.
Per la cronaca, ho pasteggiato con un Laherte Millesime 2006 clamoroso: champagne da amatori, con un filo di ossidazione nobile e la bolla appena cedevole a supportare una pienezza gustativa encomiabile.

Non sono sicuro che il termine “trattoria”, oggi fortemente abusato, sia corretto per la tipologia di locale, ad ogni modo il servizio è garbato, preciso e giustamente informale, e il conto adeguato: fosse un locale sotto casa sarei felice di frequentarlo quando possibile.

 

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Il tempo sospeso del Barbacarlo

Non era una sosta prevista, anche a causa dell’orario francamente poco indicato per una visita, ma transitando per Broni non la avreste tentata pure voi una telefonata alla Azienda Agricola Barbacarlo?

Ricapitoliamo per i non enomaniaci. L’azienda Barbacarlo (figurati se esiste il sito da linkare) è lo one-man show del Commendator Lino Maga, e già nome e cognome in qualche modo rimandano ad un immaginario di provincia d’antan, anno 1886 per l’esattezza, quando un vigneto viene dedicato allo zio (“barba” in dialetto) Carlo.
E l’avventura della omonima azienda si dipana a partire da quel millesimo remoto sino ai giorni nostri, quelli che vedono alla guida l’ormai anziano patron, il Commendator Lino, un uomo certo testardamente arroccato sulle sue convinzioni, visto che dopo aver contribuito a fondare il Consorzio dei Vini Tipici dell’Oltrepò Pavese nel 1961, di detto istituto diverrà poi acerrimo nemico, anzitutto per una causa legale temeraria (come altro definire il procedimento ventennale di un uomo solo contro il Consorzio e il Ministero della Agricoltura, con tanto di ricorso al TAR del Lazio e richiesta di sollecito del parere al Consiglio di Stato?) e poi per disaccordi sulla non attribuzione della DOC a certi suoi millesimi.

La famosa causa, anzitutto: siamo sempre negli anni ’60 e il Disciplinare dell’epoca prevede che il nome della vigna “Barbacarlo” possa essere usato da vari produttori all’interno di un areale di ben 45 comuni. L’orgoglioso e cocciuto Maga inizia la sua battaglia legale, tanto disperata che si renderà necessario sostituire più di un avvocato prima di incontrare quello che riuscirà a portarla al successo dopo oltre 20 anni di tribolazioni, solo contro tutti. Unici a spalleggiarlo: Gioann Brera fu Carlo e Gino Veronelli.

Così oggi il Barbacarlo è, come direbbero i francesi, un monopole del Commendatore; il vigneto si trova a circa trecento metri di altitudine ed è coltivato a Croatina, Uva Rara e Vespolina. Ovviamente l’uva cresce senza diserbanti chimici; poi, in cantina la fermentazione avviene in legno e la macerazione si protrae per una decina di giorni.
Dalla fermentazione in poi è il caso a dominare, o meglio, come dice il Maga, la natura: le annate sono enormemente diverse l’una dall’altra, a volte evolvendo in bottiglie “amare”, come lui chiama quelle più secche, a volte con un certo residuo zuccherino, talvolta persino dotate di carbonica evidente. Ma va bene così.
Oltre al Barbacarlo, Maga vinifica anche un secondo vino ottenuto da un’altra collina, il Montebuono; ci sarebbe poi una terza etichetta, ma il vigneto è ormai stato abbandonato a causa delle difficoltà nel gestirlo.

Ma il mito del Barbacarlo trascende il prodotto, basta recarsi all’uscio della cantina nel centro di Broni per esserne partecipi: l’insegna un po’ rotta richiama suggestioni di piccoli e antichi vigneron d’oltralpe, così come l’etichetta sulle bottiglie. La sala di degustazione è pure essa un luogo dell’immaginario e della memoria, scura, legnosa, stipata di bottiglie sia aperte che chiuse e di un magnifico casino di oggetti, quadri, quadretti e fogli appesi, vergati con motti a sfondo enoico.

Poi, certo c’è lui, il Commendatore, che nel mio caso immagino stesse riposando quando ho telefonato e che quindi non ho osato disturbare se non per qualche  minuto.
Scende ad aprire con un curioso cappello di lana in testa, si muove flemmatico, con una sigaretta in mano che, sempre per malia di immaginazione vorresti fosse a marca Gitanes e ci trovassimo in una viuzzola di  Nuits-Saint-Georges, più o meno al tempo della Repubblica di Vichy.
E invece il Maga non arrota la “erre”, semmai articola con marcato accento padano e solo se una risposta è sollecitata, e lo fa con tale e tanta lentezza e ieraticità, tranciando sentenze apodittiche, da farne una sorta di incrocio tra uno Zeman oltrepadano e l’Oracolo di Delfi in salsa lumbard. La faccio breve, cercatevi i video su Youtube, ché valgono più di mille parole.

Infine il vino. Ancor prima di bere, vengono incontro i mitologici foglietti che Maga allega con lo spago al collo della bottiglia, ad esempio la 2015 recita “è da considerarsi ampio fruttato tendente al dolce”.
Ed in effetti è vero, c’è un po’ di dolcezza residua ma la vera amabilità la regala il frutto netto e godibilissimo, pur in presenza di un grado alcolico importante. Fatto sta che, nonostante il millesimo troppo recente, il bicchiere si svuota a velocità allarmante, in particolare (prova effettuata a casa, poche ore dopo) in accompagnamento ad un tagliere di salumi di zona. Le altre considerazioni (il colore rubino luminosissimo, la buona struttura, una discreta lunghezza) lasciano il tempo che trovano, in particolare per un flacone decisamente troppo giovane per poter essere giudicato in maniera corretta.

Il Commendatore dispone anche di qualche altra annata sul tavolo, qualcuna la assaggio e la gradisco, qualcuna meno ma vi evito la solita sterile litania di descrizioni che già altri hanno fatto sicuramente meglio di me, oltretutto taglio corto per non disturbare troppo un ospite anziano e colto senza preavviso.
Quel che conta è che il Barbacarlo non è mai uguale a se stesso, e che ogni volta (forse  anche grazie alla sua storia romanzesca e allo strabordante carisma del suo rustico demiurgo) riesce sempre ad emozionare, ed infondo cosa chiedere di meglio ad un liquido che da tempo non è più (solo) sollievo per la sete e neppure nutrimento?

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Dosaggio Zero Riserva 2010, Maso Martis: reprise e osservazioni bonus

Con tanti saluti ai punteggi, alle “degustazioni oggettive” e, certo, anche agli articoli dei blog (questo compreso).

Mi spiego: io neppure mi ricordavo di averlo bevuto questo Metodo Classico, e dopo averlo portato a casa, raffreddato, stappato e sbevucchiato, ho acceso il pc e mi son messo da bravo a buttare giù due righe poco entusiaste.
Verso la fine mi si è accesa una lampadina: vuoi vedere che..?
E in effetti si trattava di un prodotto già assaggiato e recensito, e persino in termini lusinghieri piuttosto divergenti dall’opinione suscitata questa volta…

Nulla da dimostrare, se non la mia vecchia convinzione che tutte le pippe che ci facciamo con il bicchiere roteante sono appunto questioni di lana caprina: ogni bottiglia ha una storia e una evoluzione diversa (in gran parte), e persino i nostri sensi sono soggetti a situazioni ben differenti (la stagione, la giornata in cui sei ben disposto o nervoso, il cibo con cui abbiniamo il vino, la salute eccetera).

Quindi nessuna recensione, comprese le mie affidate a queste pagine, hanno senso?
Non arrivo a tanto, ma di certo vanno prese per quello che sono: impressioni su quella specifica bottiglia in quel determinato momento secondo un singolo individuo, da cui si possono trarre alcune indicazioni ma non di certo verità bibliche.
E certo, mi azzardo a dire che le discussioni infinite per spaccare il capello tra un punteggio di 88 piuttosto che 90 sono da manicomio.

Per la cronaca, ecco quel che ho pensato del vino in questione:

Colore paglierino tenue, bolla estremamente sottile e fine. Al naso lievemente affumicato, molti fiori bianchi; preciso e piacevole.

In bocca la carbonica è un po’ pungente, ha bella acidità e struttura, ma il vino è scoordinato: soprattutto morde l’amaro che si avverte fin da subito e domina il sorso rendendolo monocorde e pesante.

Vino che non capisco: non so se è una bottiglia sfortunata o se sia in una fase complicata della sua vita.

Il bello: piacevole finezza olfattiva

Il meno bello: l’amaro domina incontrastato

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Le terrazze Svizzere: il Lavaux

Che in Svizzera si faccia il vino non dovrebbe essere notizia così straniante: se ci sono ottime produzioni in Germania e in Austria, e se in Francia zone molto più a nord (Borgogna, Champagne) riescono ad esprimere autentiche eccellenze, non si capisce perché ci sarebbe da discutere sul potenziale elvetico e fare la classica, banale ironia su cioccolata e orologi a cucù.

In realtà sono in molti a non conoscere la produzione vitivinicola svizzera, e i motivi sono senza dubbio consistenti: la quantità è limitata e ben poco esportata in Italia, inoltre il rifarsi in gran parte al modello francese senza averne il blasone ma mantenendo un prezzo piuttosto elevato non è propriamente un gran veicolo promozionale.

Detto questo, c’è sicuramente una zona altamente vocata, oltre che di eccezionale valore paesaggistico, che vale il viaggio: il Lavaux, patrimonio mondiale UNESCO a non molti chilometri dall’Italia, situato tra Losanna e Montreux, sul lago Lemano (volgarmente detto di Ginevra) e già questo dovrebbe tranquillizzare gli amanti del vino: lo specchio d’acqua è talmente grande da sembrare un mare e consentire quindi decisive funzioni di regolazione termica.
In aggiunta, i vigneti argilloso-calcarei che si estendono ad altitudine compresa tra i 400 e i 600 metri sono letteralmente appesi sul lago, abbarbicati vertiginosamente in terrazze a strapiombo costruite con pietre bianche che accumulano e riflettono calore: un esempio da manuale di quella che si suole chiamare (con un po’ di enfasi, lo ammetto) “viticultura eroica”.

Qui il vitigno principe è lo Chasselas, uva a bacca bianca di maturazione precoce, di limitata acidità ed estremamente antica, che pare originaria proprio di queste zone e che normalmente dà vita a vini freschi e fruttati, di discreta finezza, da consumare giovani e non molto più. Ma in alcune aree lo Chasselas si esprime al meglio, con buone possibilità di invecchiamento che regalano maggiore complessità, aggiungendo alla componente fruttata anche sensazioni mielose, minerali e di frutta secca: si tratta delle AOC di Dézaley, Calamin (entrambi Grands Crus) e St.Saphorin

Ho visitato la zona nel settembre di due anni fa (lasciamo perdere i motivi per cui queste righe sono rimaste inedite così a lungo, non è importante), ma ricordo nitidamente il paesaggio come il più affascinante mai visto nei miei viaggi a tema enoico, una bellezza leggermente struggente, languida come solo il lago riesce ad esserlo: la scena è illuminata da una luce abbacinante che enfatizza i colori straordinariamente vivi dell’azzurro riflettente del lago immerso nella cornice verde dei monti (il leggendario verde svizzero) sormontato dal bianco dei ghiacciai. E poi, certo, il giallo e il marrone rugginoso dei vigneti solcati dalle terrazze di pietre bianche. Uno spettacolo decisamente imperdibile non solo per gli amanti del vino.

In aggiunta, stato accolto con grande cortesia nelle tre aziende che ho visitato, da produttori ben felici di fare assaggiare i propri prodotti, disponibili al dialogo in un eccellente inglese; naturalmente le cantine erano perfette, di quella precisione che retoricamente definiamo svizzera.

Fin qui le note entusiasmanti, purtroppo ci sono anche lati non del tutto piacevoli: anzitutto i prezzi della ristorazione, estremamente cari anche a detta degli stessi produttori della zona, quindi è facile immaginare il salasso per le tasche dell’italiano medio. Io ho rimediato una cena di buon livello ad un prezzo decente alla scuola alberghiera di Losanna; provateci, tutto sommato è anche una esperienza divertente, si viene serviti (e “cucinati”) dagli studenti di una delle scuole a tema più prestigiose del mondo, supervisionati dai docenti, in un ambiente di grande eleganza.
Ancora: ci sono pochi riferimenti certi sui vini e sulle aziende: io, dopo aver letto di tutto e di più sono andato un po’ a caso; non si trovano mai prodotti mal fatti, ma è raro incappare in qualcosa che si elevi sopra una (buona) media.
Non ho trovato wine bar in cui fare degustazioni a tema o comparazioni, l’unico locale che può offrire varietà è a Rivaz, Vinorama.

Finisco con qualche suggerimento vario: a fine settembre a Lutry c’è una festa della vendemmia, niente di imperdibile ma può essere una tappa carina; ancora, per visitare i vigneti c’è un trenino che porta in escursione nel cuore degli stessi, ma francamente è evitabile: ve la potete cavare a piedi o in auto senza problemi, e infine, se avete voglia di fare qualche chilometro e immergervi in una Svizzera da cartolina, vi consiglio una tappa allo Chalet des Enfants, dove potrete mangiare una monumentale fondue au fromage all’aperto, in una atmosfera più che bucolica.

 

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Erbaluce Fiordighiaccio 2015, Produttori Erbaluce

Questa non è una recensione, semmai un appunto veloce.

e_fior_gjiaccioHo comperato una bottiglia di Fiordighiaccio: avevo voglia di qualcosa che non mi capita mai di bere e ho chiesto un vino semplice e poco costoso; mi è stata proposta questa bottiglia della cantina sociale Produttori Erbaluce di Caluso alla folle cifra di 5 euro e mezzo, come facevo a rifiutare?

Come era?
Un vino a cui trovare difetti era sinceramente impossibile, profumatissimo, leggero ma con una presenza degna e una discreta verticalità.
Il problema (se di problema si può trattare) è che si vede lontano un miglio che si tratta di un prodotto estremamente tecnico, lo capisci dal colore esilissimo, dagli aromi quasi esagerati, dalla pulizia estrema del sorso…
Difatti a posteriori ho scoperto ad esempio che in cantina viene eseguita la criomacerazione.

Dunque? C’è qualcosa di male nel “costruire” un vino in questo modo, cioè usando la tecnologia, e ovviamente senza ricorrere ad adulterazioni non previste dalla legge?
No, io credo (anzi sono sicuro) che non ci sia nessun problema nell’utilizzare queste pratiche di cantina, in particolare se si riesce poi a realizzare un prodotto di questo buon livello a questo ottimo prezzo; il problema, semmai, è che un vino così (che ho usato come piacevolissimo accompagnamento ad un antipasto) non trasmette nessuna sensazione di particolarità, di unicità, di scoperta, e non voglio neppure stare a scomodare la secondo me abusatissima territorialità.

Ma cerchiamo di capirci, queste riflessioni sono del tutto personali, senza alcuna valenza oggettiva, e nulla tolgono al valore della bottiglia; soprattutto, forse sono emblematiche del rapporto non del tutto “sano” che abbiamo noi appassionati con il vino: ci facciamo forse tutte queste domande quando mangiamo una bistecca o un pomodoro? Non ci basta sentirli gustosi, succosi, in una parola “buoni”?
Perché ad un vino chiediamo anche qualcosa di altro? Non è che abbiamo voglia di suggestione e ogni tanto esageriamo?

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L’accoglienza eno-turistica nel Nord Piemonte

E’ banale dirlo, ma nell’immaginario onirico dell’enostrippato medio le varie denominazioni del Nord Piemonte (Carema, Ghemme, Gattinara, Boca, eccetera) vengono ben dopo i grandi miti (Barolo, Barbaresco).
E’ un peccato, visto che capita di assaggiare prodotti provenienti da quelle zone che, con le loro caratteristiche precipue, poco o nulla hanno da invidiare alla media delle bottiglie langhette, anzi, hanno dalla loro il bonus di un prezzo spesso ben più vantaggioso.

Perché si sia arrivati a questa situazione sarebbe materia di discussioni lunghe, complesse e certo oltre le mie capacità di analisi, ma di certo il Nord Piemonte ha ancora tanto da dare: la qualità è invidiabile e gli ettari vitati sono assai ridotti rispetto al passato, quindi c’è ampio margine di crescita. Naturalmente per crescere è necessario promuovere vini e territorio e, fatto salvo che un singolo caso non può fare statistica, la mia esperienza recente in questo senso è stata disastrosa.

La faccio breve: affascinato da alcune letture e troppo pochi assaggi, decido di regalarmi un weekend in zona Ghemme – Gattinara.
Telefono per tempo ad A*******, (di cui avevo bevuto uno straordinario O**********) per concordare una visita, e la conversazione è desolante:
Io: “Buongiorno, sono un appassionato, sabato sarò in zona e volevo sapere se è possibile una visita alla cantina e magari comperare qualche bottiglia”
Voce al Telefono (d’ora in poi VaT), estremamente scoglionata: “Le dico subito che durante le visite non facciamo assaggiare i cru, al limite l’assemblaggio”
Io: “Ok, non importa, possiamo concordare una visita?”
VaT: “Ma non abbiamo neppure l’assemblaggio, non vendiamo, abbiamo finito tutto”
Io: “Ok, non importa, possiamo concordare una visita?”
VaT: “Eh, ma oggi siamo in negozio(???), la cantina è chiusa”
Io: “Come le dicevo, sarò in zona sabato”
VaT: “Eh, ma è troppo tardi, siamo chiusi”
Io: “Va bene, ho capito”
CLICK

Altra telefonata, stavolta ad A**********: una gentile signorina prende la mia prenotazione e mi fa lasciare un numero di cellulare per ogni evenienza.
Sabato mattina ho appuntamento alle 10 ma nevica con una certa insistenza e spostarsi con l’auto è difficoltoso, quindi chiamo in azienda per avvertire che ritarderò di circa 20 minuti; un signore, credo il titolare, mi risponde che non è un problema e che approfitta per fare una commissione.
Arrivo davanti all’azienda: è tutto chiuso e il telefono squilla a vuoto. Attendo per circa 30 minuti sotto la neve e provo a richiamare almeno tre volte, poi alle 11,visto che la nevicata sembra peggiorare e temo di restare bloccato mi arrendo e me ne vado. Riceverò una telefonata di spiegazioni solo verso le 11.45. Pare che il titolare non abbia sentito il telefono…

Casi sfortunati? Possibile, probabile, ma due eventi negativi su due tentativi sono una statistica poco incoraggiante; tenetene conto se avete intenzione di fare enoturismo in questa zona.

[I nomi dei produttori coinvolti sono stati omessi onde evitare spiacevoli discussioni]

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Vinnatur Genova 2016

Non ho voglia di parlare di assaggi, non avevo il blocchetto degli appunti e trovo sempre più noioso l’elenco del telefono dei nomi segnati in piedi nella folla che poi lo rileggi a casa come se stessi decifrando il vangelo aramaico.
Semmai parliamo dell’evento: cosa dire ancora della manifestazione che annualmente Vinnatur porta in Liguria? Ormai da due anni, dopo alcune edizioni a Sestri Levante, Vinnatur si è trasferito a Genova, in pieno centro, in uno splendido edificio storico, ma di questo già scrivevo lo scorso anno.

vinnaturE infondo potrei solo ripetermi, perché di fatto la formula (ormai rodata e vincente) giustamente si tocca: la location si raggiunge facilmente con i mezzi pubblici, è accogliente, c’è spazio, c’è il guardaroba, c’è sempre pane e acqua ai banchetti dei produttori, c’è lo spazio della gastronomia, c’è il depliant con la mappa dei partecipanti. Eccetera.
Non posso poi non notare che il posizionamento in pieno centro città, e forse anche l’aver legato alla manifestazione altri eventi in alcuni locali genovesi, ha trascinato all’ingresso un buon numero di persone evidentemente “non del giro”, novizi del vino, facce nuove incuriosite.

Una nota di merito e una di demerito ai produttori: ho parlato con alcuni vignaioli sorprendentemente onesti, tanto da essere i primi a rimarcare qualche difetto di un loro vino; al contrario, di qualcuno ci si domanda perché partecipi ad una manifestazione se poi non ha il minimo interesse a comunicare con il pubblico…

In mezzo a tutti non puoi non notare il patron Angiolino Maule: magrissimo, l’aria tranquilla di chi si sente a casa ma l’occhio febbrile che guizza l’ennesimo cenno di saluto a una delle mille persone che vengono a rendergli omaggio mentre versa il vino. E’ lui, Angiolino, il motore e l’anima della manifestazione, di Vinnatur tutta e di buona parte del movimento dei “vini naturali” italiani, qualsiasi cosa significhi questa definizione ormai abusata.

Cose negative da segnalare?
Forse l’ingresso potrebbe essere un pochino più contenuto, ma comprende anche un buono per una porzione ai banchi della gastronomia e allora va bene così.
Forse l’orario: aprire domenica e lunedì, saltando il sabato, è una scelta che giustamente lascia una giornata (il lunedì, appunto) più dedicata agli operatori del settore e penalizza un pochino gli appassionati, che in maggioranza non prenderanno ferie e sono quindi costretti ad ammassarsi alla domenica, quando per giunta si chiude alle 18.

Ma queste sono inezie, semmai, se un vero limite della manifestazione esiste, è paradossalmente legato alla sua formula: per l’appassionato che partecipa ogni anno a questo raduno (e anche ad altri a tema simile), più o meno la gran parte dei produttori è ben nota, difficilmente capitano grandi scoperte, quindi oltre ai complimenti meritati per l’organizzazione, porgiamo a Vinnatur gli auguri di tante nuove affiliazioni, così da poterci incontrare il prossimo anno a Genova con una decina di produttori inediti in più.

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