Millesime 2006, Laherte

Su questo vino ci sono voluto tornare sopra dopo averne bevuto una bottiglia entusiasmante durante una cena al Caffè La Crepa; al secondo passaggio (stavolta domestico) il vino si conferma ottimo, magari un filo meno strepitoso: sarà o bottiglia, il venir meno dell’effetto sorpresa o magari l’ambientazione diversa?

Non mi dilungo su Laherte: vigneron della Cote des Blancs tra i più affidabili, con bottiglie mai banali e in particolare con un ottimo rapporto qualità-prezzo

Denominazione: Champagne
Vino: Millesime 2006
Azienda: Laherte Freres
Anno: 2006
Prezzo: 45 euro

Ad ogni modo, i fatti; dorato, con apertura paradigmatica per uno champagne millesimato con vari anni sul groppone: lo stappo è uno sbuffo sottovoce, e la bolla è altrettanto lieve, addomesticata, finissima e fittissima che più delicata non si potrebbe.
E il naso! Che spettacolo di evoluzione: una leggera ossidazione con ricordi di cognac accompagnano lo iodato alla mandorla tostata e alla crema.

Prima dell’assaggio, un po’ di timore che l’affinamento possa essere stato eccessivo ma non è il caso: l’acidità non solo c’è, ma è anche potente e gestisce alla grande un intenso sapore di frutta secca frammisto al classico agrume.

Per me una gran bottiglia, certo, occorre mettersi d’accordo, devono piacere le bolle datate, con tutte le loro caratteristiche.
L’unico limite? manca un po’ di persistenza, ma a queste cifre sarebbe troppa grazia.

Il bello: Gran vino gastronomico, indicatissimo per coquillage in particolare

Il meno bello: Manca un pochino di persistenza

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Brut Vintage 2008, Roederer

Questo doveva essere lo champagne di Capodanno, o meglio lo è stato, peccato che non abbia risposto alle attese dettate dal blasone (e, forse più importante, dal listino).

Non tedio con i dettagli sulla storica maison di Reims: chi fosse interessato può facilmente leggere tutto quanto è riportato sull’esaustivo sito o cavarsela con queste mie brevi note (http://www.centobicchieri.com/roederer-brut-premier/).

Denominazione: Champagne
Vino: Brut Vintage
Azienda: Roederer
Anno: 2008
Prezzo: 70 euro

La scheda di produzione parla di un assemblaggio per il  70% di Pinot nero e il 30% di Chardonnay, e per un terzo circa usando vini vinificati in legno.
La malolattica non viene svolta. Il dosaggio è di 9 g/l.

Neppure vale più la pena dettagliare l’aspetto visivo: praticamente tutti gli champagne provati nell’ultimo anno riconducono alla perfezione formale: colore paglierino, bolle micrometriche e fitte, grande luminosità.

Le differenze arrivano semmai a partire dai sensi che tutto sommato più ci interessano: olfatto e gusto. In questo caso il vino si approccia con note di grande austerità: lo spettro olfattivo si articola in particolare sul versante iodato e prosegue con accenni di frutta secca, chiudendo con un piccolo sussurro floreale. Il tutto estremamente discreto e sottotraccia.

L’assaggio prosegue sulla stessa falsariga: discrezione e sorso serrato, con pochissime concessioni alla voluttà. Ingresso molto secco, asciutto nonostante il dosaggio dichiarato e con la freschezza sugli scudi.
Anche in bocca ritorna la sensazione salmastra, con una chiusura che si ferma giusto un passo prima dell’accenno amarognolo.

Bottiglia di certo non godibile in autonomia: per essere gustata necessita di piatti da accompagnare (carni bianche), e che devo essere sincero non mi ha soddisfatto del tutto, va bene la drittezza e la sottrazione dei fronzoli, ma qui si rasenta il monastico: a questi prezzi mi piacerebbe un po’ più di espressività

Il bello: lo iodato e la verticalità

Il meno bello: eccessiva austerità. Prezzo importante

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Perlé Bianco 2006, Ferrari

Arrivo ultimo dopo i grandi: i siti “importanti” questo Perlé Bianco lo hanno già recensito, forti dell’invito di casa Ferrari, che con varie degustazioni ha proposto in assaggio il vino a quelli che contano.

Nel mio piccolo, io la bottiglia la ho comperata e ne sono anche felice, visto che ritengo Ferrari la migliore casa spumantistica italiana by far, sia per la costanza qualitativa che per l’ottimo livello medio di tutta la gamma, sia per l’eccellenza dei vini di punta.

Detto questo, resta la curiosità irrefrenabile di assaggiare un vino nuovo, 100% Chardonnay, coltivato a 400-700 metri di quota e con affinamento di oltre 100 mesi sui lieviti.

Denominazione: Trento Doc Riserva
Vino: Perlé Bianco
Azienda: Ferrari
Anno: 2006
Prezzo: 35 euro

Alla vista è perfetto, con il suo paglierino vivo e luminoso, reso splendente dalle catenelle di un perlage da manuale, tanto è sottile e fitto.
Gli aromi sono intensi ma suadenti: spicca l’agrume (cedro) su un sottofondo di fiori bianchi, un accenno di talco, un ricordo iodato e uno zic di biscotti al burro (una sosta in legno? Pare di no).

In bocca arriva subito quello che apprezzo negli spumanti di Ferrari: l’equilibrio perfetto, che in questo caso si accompagna ad una complessità notevole, soprattutto senza cenno alcuno di fatica per il lungo affinamento.
Questo è un vino giovane, in cui freschezza e sapidità sono pronunciate (per fortuna) ma armonicamente bilanciate da un dosaggio tanto leggero (4,5 g/l) quanto decisivo.

Le bollicine non pungono, anzi sono una crema che regala un lieve massaggio al cavo orale, mentre il calore alcolico pressoché inavvertibile invita a nuovi sorsi; il finale è lungo, disteso e, come dubitarne, esente da qualsiasi scia amara.

Gran vino, e alla faccia di tutti coloro che dicono che certi paragoni non hanno senso e non si possono fare, io lo dico: questa bottiglia è a livello di ottimi champagne blanc de blancs di prezzo superiore.

Abbinamento? Quelli tipici da Metodo Classico: antipasti (Parmigiano, salumi), primi di pesce (risotto con gli scampi), magari anche qualche carne bianca.

Il bello: L’armonia complessiva

Il meno bello: Nulla da segnalare

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Dosaggio Zero Riserva 2010, Maso Martis: reprise e osservazioni bonus

Con tanti saluti ai punteggi, alle “degustazioni oggettive” e, certo, anche agli articoli dei blog (questo compreso).

Mi spiego: io neppure mi ricordavo di averlo bevuto questo Metodo Classico, e dopo averlo portato a casa, raffreddato, stappato e sbevucchiato, ho acceso il pc e mi son messo da bravo a buttare giù due righe poco entusiaste.
Verso la fine mi si è accesa una lampadina: vuoi vedere che..?
E in effetti si trattava di un prodotto già assaggiato e recensito, e persino in termini lusinghieri piuttosto divergenti dall’opinione suscitata questa volta…

Nulla da dimostrare, se non la mia vecchia convinzione che tutte le pippe che ci facciamo con il bicchiere roteante sono appunto questioni di lana caprina: ogni bottiglia ha una storia e una evoluzione diversa (in gran parte), e persino i nostri sensi sono soggetti a situazioni ben differenti (la stagione, la giornata in cui sei ben disposto o nervoso, il cibo con cui abbiniamo il vino, la salute eccetera).

Quindi nessuna recensione, comprese le mie affidate a queste pagine, hanno senso?
Non arrivo a tanto, ma di certo vanno prese per quello che sono: impressioni su quella specifica bottiglia in quel determinato momento secondo un singolo individuo, da cui si possono trarre alcune indicazioni ma non di certo verità bibliche.
E certo, mi azzardo a dire che le discussioni infinite per spaccare il capello tra un punteggio di 88 piuttosto che 90 sono da manicomio.

Per la cronaca, ecco quel che ho pensato del vino in questione:

Colore paglierino tenue, bolla estremamente sottile e fine. Al naso lievemente affumicato, molti fiori bianchi; preciso e piacevole.

In bocca la carbonica è un po’ pungente, ha bella acidità e struttura, ma il vino è scoordinato: soprattutto morde l’amaro che si avverte fin da subito e domina il sorso rendendolo monocorde e pesante.

Vino che non capisco: non so se è una bottiglia sfortunata o se sia in una fase complicata della sua vita.

Il bello: piacevole finezza olfattiva

Il meno bello: l’amaro domina incontrastato

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Brut Réserve, Pol Roger

Certo che ti girano le palle, vorrei vedere…

Hai scucito 40 e rotte carte per portarti a casa uno champagne di gran nome, medesima maison della quale hai scolato (in qualche degustazione a scrocco, ça va sans dire ) vari calici, godendone assai.
Certo, i sorsi in questione provenivano da cuvée più prestigiose rispetto a questo Brut Réserve, ma del resto, come si dice a Reims: noblesse oblige. O no?

No, infatti.

prDenominazione: Champagne AOC
Vino: Brut Réserve
Azienda: Pol Roger
Anno: –
Prezzo: 42 euro

Non sto neanche a menarla lunga coi dati tecnici: è il classico blend dei tre vitigni pinot noir, pinot meunier e chardonnay; il produttore dichiara il 25% di vini di riserva e quattro anni di affinamento. Fanno pure il remuage a mano, figurati.

Sui dati organolettici c’è poco da dire: il vino è tecnicamente ben fatto, ha tutto al posto giusto: il colore, le bollicine e pitipim e pitipam. Gli aromi mica sono sgradevoli, ci sono i frutti esotici, una buona dose di crosta di pane e una bella manciata di spezie dolci.
Ed è proprio questo il problema: al palato torna decisa la dolcezza che si esprime in maniera piuttosto stucchevole già al secondo bicchiere; non lo so se il problema sia il dosaggio, o (come ho letto da qualche parte) la percentuale troppo limitata di vini di riserva, o il momento di raccolta dell’uva o la congiunzione astrale di Marte in capricorno, fatto sta che la scelta produttiva virata su questi toni ricorda in maniera decisa e preoccupante quella di certi Franciacorta base, che vogliono per forza piacere a tutti.

Insomma, lungi dal sottoscritto voler fare la ormai tristemente tipica macho-esaltazione del pas dosè strappagengive, ma qui mancano proprio le quote sindacali di nervo e verticalità, che sono poi le caratteristiche che ci piace trovare in uno Champagne.

Il bello: vino molto morbido, gradevole aperitivo per i non appassionati

Il meno bello: vino molto morbido, troppo per gli appassionati. Prezzo eccessivo

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Blanc de blanc Eloquence Extra Brut, Vergnon

E’ estate, è caldo, come fai a non voler provare un grand cru che non hai mai assaggiato, di sboccatura freschissima (forse troppo, vedremo poi).
Come spesso accade con i francesi, della maison in questione so davvero nulla, se non che opera in un comune di gran fama come quello di Mesnil sur Oger, ma chissene.

Il sito dice che questo Eloquence è prodotto utilizzando vini di riserva per circa un quarto e subisce affinamento in acciaio per almeno 3 anni, provenienti come scritto poco piùsopra da da comuni mitologici come  Mesnil sur Oger, Oger, Avize.

vergnonDenominazione: Champagne
Vino: Blanc de blanc Eloquence Extra Brut
Azienda: Vergnon
Anno: –
Prezzo: 40 euro

Poco da dire all’esame visivo: paglierino pallido e bolle correttamente sottili e fitte.

Al naso si scopre qualcosa di interessante: c’è molta intensità aromatica, quasi troppa per essere solo Chardonnay (tanto che immaginavo un piccolo saldo di pinot bianco ma così non è), con sensazioni floreali molto nette e decise che possono inebriare ma restano eccessivamente monocordi, senza ampiezza.

L’assaggio conferma le attese: la carbonica precisa, per nulla fastidiosa, veicola una acidità netta, verticale, ma il sorso è un po’ sporcato dall’eccesso di aromaticità che delinea un quadro troppo piacione per risultare davvero elegante; certo, lasciare la bottiglia aperta alcune ore porta più equilibrio, visto che al palato arrivano anche accenni di agrume e una certa mineralità. La chiusura è pulita e piuttosto lunga.

L’impressione è quella di un vino ancora in divenire, bisognoso di qualche mese ancora di bottiglia per assestarsi e poter dare il meglio di se.

Il bello: manca di austerità, prezzo non favorevole

Il meno bello: la freschezza

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Perlé 2008, Ferrari

E allora diciamolo, che noi enofili da computer siamo degli snob mica da poco. Scrivo queste righe dopo aver provato a dare una occhiata a cosa dice “la rete” su un prodotto magari non di massa ma certo molto noto come il Ferrari Perlé (2008, nell’occasione).
Bene, un mezzo deserto: praticamente nessuno di noi bloggaroli e maniaci che si degni di perdere due minuti a vergare un parere, quando invece è facile leggere opinioni praticamente su tutto, dal vino macerato della Georgia ai Retzina dalla Grecia.

Ed è un peccato, perché per il mio modestissimo parere questa bottiglia, a questo prezzo, regge tranquillamente il confronto con molti metodo classico blasonati, d’oltralpe e non; semmai sconta il delitto di essere marchiata dallo stesso produttore che inonda la GDO con altri spumanti  (dignitosissimi, peraltro).

perleDenominazione: Trento DOC
Vino: Perlé
Azienda: Ferrari
Anno: 2008
Prezzo: 25 euro

Quindi come lo descriviamo questo vino?
E’ metodo classico importante, giallo paglierino carico, ricco di sfumature tostate in primis, ma anche di agrume e di panificazione.
La bolla è giustamente nervosa e decisa, e l’assaggio è ricchissimo ma ben bilanciato: fresco, sapido, gustoso, persistente.
Unico difetto: le note tostate tornano anche al palato e sono un poco eccessive se non si pasteggia, rendendo il sorso non del tutto compulsivo, ma basta saperlo e destinare il vino al suo uso d’elezione, la tavola imbandita, per ovviare ad ogni problema.

Il bello: la ricchezza gustativa

Il meno bello: piccolo eccesso di note tostate

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Arione 2013, Piccinin

Oggi si parla di un metodo classico diverso: diverso per la provenienza, estranea ai soliti circuiti francesi (Champagne) o italiani (Franciacorta, Trento, Alta Langa ecc.), per il vitigno utilizzato (la Durella, che viene partecipa con successo a tante spumantizzazioni ma insomma, non è certo Chardonnay o Pinot Nero…), e per quanto posso intuire mi pare diverso anche il metodo produttivo. Ma andiamo con ordine.

La piccola cantina nella provincia di Verona (circa 15000 bottiglie) è quella di Daniele Piccinin, folgorato sulla via di Angiolino Maule, tanto da diventare vicepresidente di Vinnatur con tutto quel che ne consegue: vigne in cui viene limitato l’intervento dell’uomo e quindi ricche di piante spontanee, uso esclusivo di preparati vegetali e rame e zolfo, nessun intervento in cantina eccetera.

In passato ho assaggiato qualcuno dei suoi vini in vari banchi di assaggio, e li ho trovato piacevoli ma oggettivamente “derivativi”, nel senso che ho riscontrato più una somiglianza con i prodotti di Maule, ma stavolta Piccinin si è avventurato in un territorio nuovo, la spumantizzazione, realizzando il metodo classico Arione di cui tira circa 4500 bottiglie.

Avvertenza, questa è una degustazione senza rete: di solito scrivo quel che penso, ma poi butto un occhio al sito per produttore per verificare di non avventurarmi in idiozie sesquipedali sulla metodologia di produzione, ma stavolta non trovo alcuna informazione, quindi sappiatevi regolare…

Arione-MC-Daniele-Piccinin-20160428114356764Denominazione: VSQ
Vino: Arione
Azienda: Daniele Piccinin
Anno: 2013
Prezzo: 20 euro

Il colore dorato intenso lascia pensare al legno o piuttosto ad una breve macerazione, e il naso sembra confermare questa seconda impressione: i profumi sono molto intensi di frutta quasi surmatura.

La carbonica è piuttosto delicata sul palato e il è calore moderato; a spiccare più che la freschezza (che comunque non manca) è la grande sapidità, che resta a lungo in bocca anche a sorso completato e mi pare di avvertire anche un filo di astringenza da tannino, ulteriore conferma della avvenuta macerazione; si chiude con un corpo agile, sottile ma non magro e un finale di discreta lunghezza.

Sicuramente una bevuta diversa dal solito, magari non elegantissima come si è abituati a pensare quando si tratta un metodo classico con lunghi mesi di affinamento, però comunque piacevole e interessante.

Vino da provare in abbinamento a crostacei e frutti di mare: la contrapposizione tra la sapidità spiccata del vino e la tendenza dolce del del cibo promette interessanti sinergie.

Il bello: personalità, sapidità

Il meno bello: complessità e finezza un po’ limitate

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Dosaggio Zero, Maso Martis

Mi è frequente avere conferme sul Trento DOC: nella fascia di prezzo umano, quello più accessibile da noi consumatori comuni, è abbastanza facile incontrare prodotti di buon livello. Perlomeno, è più facile rispetto a quanto accade con altre zone più di moda (Franciacorta, per non far nomi).

Oggi ho stappato la bottiglia di una azienda (certificata biologica) rappresentante di questa tipologia di Metodo Classico “di montagna”, Maso Martis, che conduce 12 ettari, situati a 450 metri di altitudine, sopra a Trento, per una produzione di circa 60.000 bottiglie l’anno.

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Denominazione: Trento DOC
Vino: Dosaggio Zero
Azienda: Maso Martis
Anno: –
Prezzo: 25 euro

Il vino in questione è il Dosaggio Zero, composto al 70% da Pinot Nero e al 30% da Chardonnay; la metodologia di produzione prevede che le uve bianche vengano fermentate e affinate in barriques, mentre quelle nere solo in acciaio; i mesi di riposo sui lieviti sono 24 e non si aggiunge liqueur d’expedition.

Colore paglierino-verdolino, con bolla millimetrica e bel naso fine, di fiori e agrumi con accenni minerali e di nocciola, sottile ma non anemico, molto elegante.
Il sorso è ricco, pieno, gustoso, materico, con carbonica che solletica tramite punture decise ma fini; sicuramente fresco e sapido e anche molto equilibrato: quasi non sembra un dosaggio zero per come si stacca dalla moda di certi estremismi arriccia-gengive.

Finale non particolarmente lungo, con accenno di mandorla che fortunatamente non arriva a definirsi nell’amaro.

Il bello: bellissimo spettro olfattivo e sorso gustoso

Il meno bello: manca un po’ di lunghezza, finale non finissimo

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Satèn, Corte Fusia

Ogni tanto mi piace rituffarmi nel mare di proposte dei Franciacorta per capire se nell’oceano di bottiglie ci sia qualcosa di nuovo che emerge. Il problema secondo me è sempre il medesimo: la qualità generale è buona con punte di eccellenza, il Consorzio lavora benissimo rispetto agli omologhi di altre denominazioni, il marchio è forte e “tira”, ma il prezzo medio è alto e secondo me c’è una diffusa mancanza di personalità.

Ho voluto provare stavolta il Satèn di Corte Fusia, una giovane azienda di cui ho letto belle cose che mi hanno incuriosito; il territorio è quello di Coccaglio, zona Monte Orfano, con 5 ettari coltivati con i classici vitigni Pinot nero, bianco e Chadonnay, da cui si ricavano circa 20.000 bottiglie l’anno, declinate in quattro tipologie: Brut, Rosé, Zero e appunto Satèn.
Ho scelto il Satèn seguendo il consiglio di una persona fidata, e anche perché tutto sommato si tratta di una tipologia che tendo solitamente a trascurare in favore del classico Brut o del “modaiolo” Dosaggio Zero.

saten_bottigliaDenominazione: Franciacorta DOCG
Vino: Satèn
Azienda: Corte Fusia
Anno: –
Prezzo: 22 euro

I dati della scheda tecnica parlano di un vino ottenuto da uve 100% chardonnay con residuo zuccherino estremamente contenuto (2 g/l), ottenuto tramite fermentazione in acciaio e affinamento sui lieviti di 30 mesi.

E’ un bicchiere che mi lascia perplesso, si tratta di uno di quei vini di cui non si riesce a parlare con completezza: non c’è nulla di stonato o fuori posto, ma per qualche motivo non arriva nessuna emozione particolare, anzi la bevuta resta piuttosto anonima.
All’occhio trovo un verdolino paglierino con bolle sottili, mentre l’olfattivo concede qualche sbuffo di lievito molto timido e poco altro.

L’assaggio denota morbidezza da satèn, appunto, con bolle decisamente tranquille (anche un po’ troppo, a parer mio), acidità nella norma, e dosaggio ben contenuto; si chiude con qualche sentore di frutta secca, appena al limite con un finale amaro, per fortuna è solo accennato.

Nel complesso come dicevo nulla di sgradevole: un vino che forse ha il suo migliore uso a pasto, dove, in abbinamento a portate poco strutturate, è capace di farsi spalla silenziosa e tranquilla. Peccato che ad un vino di prestigio come un Metodo Classico io chieda qualcosa in più.

Il bello: discreto accompagnatore a tavola

Il meno bello: poca emozione

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